Come il blues

La nebbia ci ha inghiottito in un solo boccone e abbiamo viaggiato per un tempo indefinito dentro il nulla. Un silenzio bianco, giallo-lampione, attutiva suoni e pensieri. Le ruote sull’asfalto erano immobili. Si andava da fermi, incerti se saremmo arrivati davvero mai. Il teatro e i triple step che battevano sul legno sembravano come scomparsi: avvoltolati e chiusi tutti dentro un fazzoletto. Una specie di magia al contrario che aveva fatto sparire in un soffio di bianca foschia ballerine in paillettes e giovani uomini con papillon odore Los Angeles 1940.

Eravamo stati tutti lì per motivi diversi: festeggiare compleanni, pettinarsi da qualcun’altra, cominciare a innamorarsi o sentire come suona il blues. Differenti tipi di paure, insomma, che spingevano a rifugiarsi lassù nei palchi e guardare tutto dall’alto. Una scena di cui non facevamo parte ma che ci piaceva tanto, tanto, tanto; così tanto da desiderare che fosse vera. In quel frullare di cappotti e ghiaccio rovesciato per terra, forse era vero tutto tranne il blues, ormai finito sullo scorcio degli anni Novanta, in un posto chiamato Risidò e in una città piccola dalle pietre antiche. Il blues era allora e adesso non esiste più. Infatti va bene per cuori giovani o per le vecchie con lunghi capelli bianchi, che raccontano storie spaventose ai ragazzini dai piedi sudici, mentre una sedia a dondolo vista Mississippi fa scricchiolare la veranda. Il blues è Bob che abbraccia sudato l’amica più riccia di me, le sorride con in mano le bacchette della batteria e la porta per qualche strada perduta di campagna, schiacciando con la macchina istrici che poi arrostisce a fuoco lento. Il blues è milioni di anni fa. Ma non adesso. Dunque, non esistendo, cosa suonano quelli là sopra? Cosa ballano quelli laggiù, esattamente? Non so, non importa. Mi basta che appena balugina un niente di swing io venga presa e portata nel mezzo. A girare, girare, girare. Perdere il fiato, ritrovarlo e riperderlo ancora. Gli specchi tutto intorno che moltiplicano le facce – non solo quelle degli altri ma, soprattutto, le mie.

L’altro giorno un’amica lontana mi ha fatto la mia carta astrale. Ovviamente io non ho la più pallida idea di cosa sia e non ci credo affatto. Però quando l’ho letta sono cascata dalla seggiola: quella ero io. Lei rideva. Dice son rotonda, tutta quadrata tra i pianeti e con un solo triangolone. Non so cosa significhi ma dice che va bene, è una cosa bella.  C’erano anche dentro delle cose che spiegano perché ora ballo lindy hop e bevo prosecco mentre in altre vite no. A un certo punto uno vuol solo essere felice, credo.

Comunque, che la notte là dentro fosse stata blues o swing, a un certo punto il fazzoletto si è stretto e noi d’un tratto, inavvertiti – sguìsc – ci siamo scivolati tutti dentro. Nascosti nella nebbia e nel silenzio, gonfi di musica, gin, amici, mani, ripensamenti e mancanze, abbiamo tagliato la notte bianca senza farci troppe domande se non una: perché tutto resta o tutto, invece, scompare, come il blues?

Come il bluesultima modifica: 2016-11-22T15:25:41+00:00da capecchi
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