Due capodanni

Mi hanno detto che oggi è gennaio ma io non ci credo. Infatti tutto deve ancora accadere e dicembre sta lì a dondolare nell’aria insieme alle sue luci. L’albero qui accanto è reale come il fatto che la Nina ha ricevuto un’ora fa il regalo di compleanno. Dunque di cosa parlate quando dite 2017? Quei giorni pieni di nebbia e di fumose possibilità son tutti ancora qui, coi loro impegni stretti pigiati uno dietro l’altro, i pranzi con le amiche e le palle al tartufo, gli auguri bevendo cappuccino e i saluti che sono tutti un po’ come abbracci di corsa al binario uno della stazione, in bilico fra un treno che arriva e un altro che parte, regali e messaggi sbagliati a scricchiolare nelle tasche come carta di caramelle.

Poi ci son quelle notti che Bologna è uno scrigno. Ovunque ti volti, qualcosa brilla. Le strade sfilano via silenziose, arancioni, piene di mistero. Non esiste una città più bella, credo. Almeno dal finestrino della macchina, pare di attraversare un universo rotondo di grazia balorda e desiderio, tutto fatto di fiato sui vetri e lampade dentro le finestre. Le signore vengono trascinate dai cani sotto portici lunghissimi e molti cappucci tirati su si affrettano nel freddo pungente, che spinge verso i portoni. È l’ennesima notte di nebbia, è l’ennesimo Natale e il modo in cui ci s’infila nel torpore della domenica sera è difficile da spiegare; un torpore tutto bolognese. Intorno vive un complesso di vuoti e di pieni, di archi bui sopra chiarori improvvisi. Un posto fatto di strade strette e larghe vedute, capace di perdonare chiunque sappia sorridere e scrollare le spalle.

Bologna nel Natale e nella nebbia bassa è quello che serve; ed è adesso. È quel momento quando si torna a casa dopo aver ballato. Che vive per sé, ha un suo ritmo specifico, suona come uno slow lindy provato senza scarpe su assi di legno. È fermo nel tempo e perfetto, ogni volta. Si rientra zitti nei propri letti con la musica che suona ancora in testa e quel rumore che fanno i pavimenti appiccicosi sotto i piedi: cic-ciàc, cic-cic-ciàc. Tutto fa un male buono, la matita sotto gli occhi è slabbrata e si è mezzi cambiati rispetto a tre ore prima; per umore, sguardo, orlo del vestito.

Ormai, qui, festeggio due capodanni: uno in cui ho ventisette anni e bevo e ballo e dico cose probabilmente a caso ma sempre col rossetto rosso dato bene sulle labbra, una felicità un po’ stupida, di cui sono grata; l’altro in cui ho l’età che ho, guardo in faccia quelli che mi hanno visto diventare così e ci lasciamo prendere da una bolla di indulgenza e di bene che ci scalda fin dentro le ossa. Abbiamo in faccia solchi, segni, occhi stanchi; abbiamo rotto bottiglie di vino e fatto crescere bambine che ci fanno ridere. Quel qualcosa che ci tiene lì oggi è l’appartenerci nonostante. È il malgrado tutto che ci rende indistruttibili. Lo sappiamo ma lo ignoriamo apposta. Ci vogliamo bene in quel modo grezzo e spettinato dei cani quando corrono incontro ai padroni che tornano a casa tardi la sera.

Sicché, se esistono due capodanni, vuol dire che del tempo faccio quello che voglio io. Dichiaro gennaio fuori legge e dicembre patrimonio dell’umanità. Stappo stasera un prosecco e festeggio il fatto di essere ancora in vacanza mentre il terrazzo cambia colore quando si accende il buio. In fondo non c’è nulla che io non possa fare, se ho davvero ballato In the mood, che finisce e invece non finisce mai, in un dicembre americano del 1941 con le bombe che piovono giù dal cielo e le collane di fiori a saltare per aria.

Due capodanniultima modifica: 2017-01-09T16:44:08+00:00da capecchi
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