Mi piacciono d’ottobre

Settembre è sgocciolato via da qualche parte. Odiato e inutile come tutti i settembre del mondo. Un’accozzaglia di giorni così poco estate e così poco autunno. Tiepidi come le incertezze e le amicizie quasi finite. O le cose che sbiadiscono.

Non mi pare comunque che ottobre per adesso abbia una faccia migliore. Vado la mattina a scuola in una specie di ottuso viaggio che si sa a memoria. Mi riconosco poco in quello che mi si chiede. Accumulo lettere di compilatori compulsivi di progetti guardandole con un senso di nausea crescente. Sogno lezioni dove parlare solo di Foscolo e di ruggenti anni venti; mai di lotta al bullismo. Mi ammalo di malinconia per un tempo che non esiste: quando non dovevo educare alla legalità, all’uguaglianza, all’affettività, alla salute, a qualunque cosa non sia scuola. Penso a me in una classe, che non insegno altro se non italiano e quasi mi manca il fiato per l’emozione. L’italiano: lo vagheggio come un amore perfetto e lontano, che ho perduto. Quindi odio tutti.

Decido però con consapevole ingenuità, mentre ascolto Creole moon di Dr John, di dare un’occasione a questo mese che è il vero inizio di tutto. Mi sento adesso una delle sorelle Malfenti, ovviamente Augusta, che si prende in carico Zeno perché ha bisogno di una donna che voglia vivere per lui e lo assista. Farò così con ottobre, assistendolo e curandolo come si fa coi malati. Fingendo di credergli. Del resto la luce fuori è di solito così anemica e ferma che, per forza, bisogna pure strattonare e pigliare per il collo le giornate, che altrimenti rischiano di diventare crogioli di inettitudine.

In fondo ci sono tante cose che mi piacciono di ottobre. Le lezioni di swing che ricominciano e gli amici quelli che ci sono sempre nonostante i mesi e i confini e i cambiamenti d’umore. Mi piacciono d’ottobre le gambe ancora senza calze, lucide e lisce come fine luglio al Golden Gate Park a ballare con un ispano-filippino di nome Illustre. E le possibilità ancora tutte aperte: città che si disegnano e si aprono l’una dentro l’altra. Naturalmente il tartufo. Bufere di vento improvvise che buttano giù piante e sedie sul terrazzo. Cieli azzurri strappati di bianco, trasparenti. Bordate d’acqua impreviste, notturne, impossibili da credere il mattino dopo. Ottobre è per qualche motivo, sempre, quando preparo il letto nello studio per quelli che hanno voglia di scappare e rifugiarsi al sicuro. Ho coperte nuove, scaffali spolverati e bottiglie di qualunque cosa, qui, dal latte di riso al gin. Ho tempo che voglio riempire: facce, abbracci, racconti, confessioni. Tutto andrà bene purché non mi venga mai la voglia di andare a dormire. Purché il tempo che rimarrà, dopo, sia pieno zeppo di memorie. Infatti lo dicevano in quel vecchio film  – io ne ho fatta una fede incrollabile: l’inverno dev’essere freddo per chi non ha il calore di qualche ricordo. E noi, qui, mica vogliamo morire congelati.

Mi piacciono d’ottobreultima modifica: 2017-10-10T19:07:29+00:00da capecchi
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