19/01/2011
Gennaio
Odio gennaio, di solito.
Questo mese muto, fatto di rimasugli di festa e spumanti avanzati da qualche parte. Non mi piace l’aria che si respira, ovattata e stantìa. Come quando hai il naso tappato e in testa ti sciagatta un sasso che fa tump – tump – tutùmp [...].
(CONTINUA sul Blog di "Grazia")
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16/12/2010
Troppo poco
Ascolto troppo poco jazz, non suono mai il sassofono e passo più tempo del necessario davanti al computer. Compro troppe paia di scarpe e quando sono a dieta mangio di nascosto gianduiotti. Urlo un sacco. Tendo a scordare che non tutti sono miei alunni. Mi capita di suonare il clacson contro gli indecisi in macchina. Sono impaziente e irascibile. Piango quando il matto entra all’ospedale e spara a tutti in Grey’s anatomy. Dico molte parolacce e a volte ritrovo abiti che non ho mai messo appallottolati in fondo a qualche cassetto. Devo ancora trovare la crema perfetta ma oggi son stata felice con la Nina seduta nel banco accanto a me: io ricevevo i genitori, lei disegnava coccinelle e foreste.
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31/08/2010
Impreparata
Per quanto si possa odiare agosto, accade sempre che finisca troppo presto. Rimani insomma un po’ così, impreparata, con gli occhi sbarrati degli animali sorpresi nella notte dai fari delle macchine. C’è settembre, c’è da ripigliare tutto in mano, c’è da affacciarsi dentro il proprio armadio. E va bene. Settembre è anche un mese bello. Terrorizzante ma bello. Lo si affronta a spalle dritte, per non soccombere. E però c’è il fatto di quest’anno strano. Di questa bolla in cui ho vissuto da ottobre fino adesso. Di questa sospensione in cui ho galleggiato per mesi. Un anno fa di questi tempi mi dividevo fra piangere, urlare, dormire. Mi ricordo una sera che mi alzai e cenai in piedi in cucina, con gli occhi gonfi e la camicia da notte, pescando taralli da un sacchetto e bevendo una Corona ghiacciata. Ora dal forno sale odore di funghi e io ho uno smalto nuovo sulle unghie – anche se il colore mi lascia perplessa. Son qui coi capelli bagnati e indietro vedo solo mesi bellissimi, liberi, del tutto miei. Una specie di finestra ritagliata in un foglio di carta bianco. Ho avuto tanti amici che passavano a dormire qui; tanti da andare a trovare; tanti a cui scrivere. Ho riempito e non svuotato un sacco di valigie. C’è stata Londra, c’è stata Lecce. C’è stato quello che io volevo e quello che no, ma meno. Ci son state tutte quelle settimane col mal di schiena passate a leggere. Pile di libri sul comodino e per terra e ovunque. Avrei potuto ascoltare più musica, forse. Stare di più – ancora, ancora di più – con la Nina. E guardare più film. Ma ho saputo dire un paio di no importanti e non mi sono mai sentita così a posto. Gli alunni mi son mancati, certo. L’odore della scuola anche. Quel misto di gesso e sudore e bianchetto e quaderni nuovi. Il senso perfetto di controllo quando chiudo la porta dell’aula e li guardo tutti. Mi è mancato, sì. Ma sapevo che mi sarebbe salito su per le narici di nuovo; e a lungo. Dunque ero felice; respiravo per davvero.
Così oggi finisce agosto e quest’anno rallentato e pienissimo di me. Domani è settembre e io non so più nulla. Ma penso che sarà giusto accogliere il primo giorno della mia nuova vita con un rouge noir sulle labbra.
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30/09/2009
Sono io il cerbiatto
Ogni scelta è una rinuncia. E ancor più se la scelta è ponderata, sofferta, vivisezionata. Io ci metto ore, la sera, a decidere cosa indossare la mattina dopo; figuriamoci scegliersi una vita. Vuoi qualcosa e scarti qualcos’altro, perché tutto insieme non si può tenere - le mani son due e poi finisce che ti scappa tutto da tutte le parti. Le scelte acchiappate tutte in una diventano perdite e non potrai rimproverare nessuno quando vedrai sbriciolarsi pezzi di te. Sicché io ho scelto. Sicché ho scelto di stare un anno a casa, scrivere le mie grammatiche, vedere la Nina che cresce, avere tempo. Forse addirittura riprendere a girare in bicicletta (questo non credo che lo farò davvero). Ma oggi quando venivo giù lungo gli odiati tornanti io lo sentivo che me ne stavo andando prima di poterli amare troppo, lo sapevo che dopo non sarei stata più coraggiosa, né sufficientemente libera per farlo, per andarmene. Mentre scendevo giù veniva via con me la collanina col ciondolo a cuore e i brillantini azzurri: “Perché non si dimentichi di me, prof”; una collanina consegnata così, sul suono della campanella, arrotolata in una mano, in mezzo al pieno degli zaini e al vuoto di parole. Occhi trasparenti e chiari che io giorni fa avevo invitato i maschi sbruffoni a guardare, da quanto erano belli e spauriti; no, meglio: belli perché spauriti. Allora mentre guidavo dentro il sole e stropicciavo gli occhi, ho ripensato al salto del cerbiatto o al perfetto equilibrio dell’airone sul sasso, e ho capito che scegliere è sempre una merda. Ma va bene, si fa, è giusto. Perdo delle cose, che non sono soltanto quei quattro soldi mensili, ma soprattutto il codino buffo del bimbo di prima o la domanda “Prof, fammi un sorriso” ripetuta ogni giorno dal primo banco. Rinuncio a far saltare i ragazzetti sulla seggiola mentre leggo Barbablù o racconto film dell’orrore sentendomi in colpa perché sto usando il mio solito vecchio trucco dello spavento, i primi giorni. Perdo i volti del treno, lo spiarsi di vagone in vagone, il timidamente riconoscersi al treno dopo e le parole sulla focaccia di ceci o i tramonti metropolitani. Ma scelgo. Salto. Giù. Dal treno. Sono io il cerbiatto. Così ritrovo la mia città, gli spazi che amo, lo smog che mi rende viva, le ore a scrivere, e presto vestiamoci che si va all’asilo e un paio di teglie in più di gratin patate e funghi. Ho rinunciato a qualcosa che amo per qualcosa che amo. E da domani inizia un nuovo anno. Il primo ottobre si riparte, un po’ come quando andavano a scuola i nostri genitori col fiocco al collo e il grembiule nero. Non lo so proprio, io, se questo nuovo anno sarà meglio o peggio. Sarà diverso, quello sì. E a me manca solo di starlo a guardare e muovermici dentro.
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15/12/2008
Prima di Natale
Mi stupisco che al negozio di dischi mi consiglino tutta musica che ho già. Allora vuol dire che ne ascolto davvero tanta; che ne conosco tanta. Che ci vivo dentro.
Mi piace che da Calzedonia mi facciano lo sconto perché compro calze a vagonate intere. Mi piace la collana lunga con gli angeli che m’ha regalato per Natale Federico, alla fine dell’ultima frase di latino. E mi riempie di qualcosa di indistinto il fatto che le commesse dei negozi scambino con me due parole sul loro Natale rubato; cogliere dentro quegli occhi della tristezza spessa, amara.
Odio quando l’omino del parcheggio mi dice incattivito: “E’ inutile che suoni il clacson tanto noi siamo qui” mentre invece io il clacson non l’ho proprio suonato e sgrano gli occhi ferita – ché mi feriscono anche le parole degli sconosciuti.
Mi piace scoprire le case delle persone e accorgermi, sempre, che quelle con cui ho un legame hanno – tutte – tane simili alla mia: caotiche, piene, oggetti sparsi in giro, giocattoli, libri, pane, briciole, odori, dolci, film, dischi, buste affrancate da spedire.
Odio le donne con le sopracciglia sottili e l’espressione dura. E anche quelle che hanno sempre una pinza per capelli che spunta da qualche parte, come se non fosse offensivo girare per le strade con le pinze per capelli in testa.
Mi rattrista avere scoperto che Fabrica non esiste più. Prima tutte quelle cose pazze e strane, dentro, come borse di stoffa per computer, quaderni di tutti i tipi, scatole di latta e inutilità fondamentali; adesso invece l’ennesimo squallido negozio di borse e scarpe.
Mi piacciono le interviste telefoniche, stare lì a rispondere e rendermi conto di aver risposto 7 al super domandone finale: che punteggio darebbe, da 1 a 10, alla sua vita in generale? E sapere di aver risposto 7 perché mi vergognavo a dire 8.
Trovo normale far sentire la mia presenza. Poche cose: un come stai? Oppure un: mi manchi. Un biglietto di Natale. Un abbraccio. Un fiocco rosso annodato con cura intorno a un regalo da nulla. Trovo anormale non farlo. Il bene si coltiva, va curato, nutrito, fatto respirare. Se no secca e ci si sente malissimo, dopo, per aver lasciato morire tutto. Ma ormai è tardi.
Amo il mio albero di Natale e quel paio di decorazioni nuove che compro ogni anno: piccoli angeli di stoffa, trenini di legno o cuori a quadretti bianchi e rossi. Questo disco di Bollani che pensavo non mi piacesse e invece son qui che l’ascolto e mi ci dondolo dentro.
E soprattutto la Nina che quando torna dall’asilo si addormenta sotto la plastica trasparente del passeggino, in mezzo alla pioggia lieve della città, serena, la bocca sporca di cioccolata, in mano il sacchettino blu che le ha portato Babbo Natale.
(Stefano Bollani, Valsa brasileira, in Carioca. Musica prima di Natale)
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14/12/2008
Loro non aprono la porta al mistero, alla paura e alla scoperta
E c’era un tempo in cui si ascoltavano canzoni che dicevano così: come son belle le mie sorelle, loro non aprono mica la porta al mistero, alla paura e alla scoperta, io invece lascio entrare chiunque mi dia cento cinquemilalire. Infatti io mi ci riconoscevo in quelle canzoni. Infatti mi ci riconosco ancora. Io. Trovo anche bello sapere di essere così, un po’ scema. Un po’ fragile. Ma forte così forte che la Nina dalle mie braccia non scivolerà mai.
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10/12/2008
Viva
Son viva. Viva viva viva. Viva quando guido a scuola, le otto meno venti, un occhio chiuso e uno aperto, la frizione facile e l’orecchio pronto a intuire qualche musica decente, se c’è. Son viva quando sto seduta in classe e metto sei e mezzo alla bimba che sta per piangere ma invece no, ce la fa, ricaccia tutto dentro e porta a casa il suo voto che io scrivo bello, e pieno, sul registro, perché c’è sei e mezzo e sei e mezzo; e questo qui è come un dieci. Son viva quando urlo e mi si strappano le tempie e pure le mani che sbatto sulla cattedra però poi lui viene e mi dice, a occhi bassi e dolci: “Prof, mi scusi”. Son viva, mi sento viva, posso quasi percepire distintamente ogni singola fibra del corpo, in tutte quelle ore in cui sto lì aggrappata alla sedia a parlare coi genitori, dicendomi che io devo essere pazza, per amare l’incredibile ricevimento fiume pomeridiano. Eppure io lo amo. Infatti ogni volta poi torno a casa svuotata e piena, tutta scombussolata, sorridente. Perché ho stretto tante mani, ho sentito tante storie, ho visto occhi che s'inumidivano, ho sentito babbi chiedermi un’ultima cosa: mi dicono che abbia un profilo su facebook, è vero? e a me scappa da ridere perché tutto certo m’aspettavo tranne questo. Son vuota e piena perché ho visto occhi scavati dal dolore e donne deluse dai figli o forse, più che altro, dalla vita e allora a me è sembrato giusto stringer loro forte le mani, e dire ma no, via, andrà tutto a posto, lui ha capito, sa? Un altro sorriso e un altro buonasera, si sieda, lei è proprio uguale a sua figlia. E son viva quando torno a casa in macchina, e ormai è notte, bagnato per terra, i fari, le macchine, le gocce sui vetri e i tergicristalli. Sentirsi quest’ostrica di città che mi si chiude attorno, potermi respirare addosso come in un guscio, come i bambini contro gli specchi, avere protezione, essermela costruita da sola, guidare verso casa, sorridere tutto il tempo e dire sì, davvero, sono viva. Io sono viva. E questo, gli altri, lo sentono sempre.
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23/11/2008
Voglio
Voglio partire e andare a New York. La mia New York, non quella che conoscono tutti. Oppure stare un mese a Middlebury. Insegnare e percorrere i prati e guardare le nuvole grosse e stranissime di quel cielo. Voglio strade lontane che tuttavia conosco. Voglio città mie, persone mie, suoni e odori che amo. Voglio l’odore di concime di certe mattine in Vermont. E schiacciare sotto i denti il sapore d’asfalto e deli al di sotto della quattordicesima. Ma voglio anche viaggiare in treno e guardare fuori, che è sempre una meravigliosa sospensione di tempo che non mi regalo da troppo. Voglio Bologna di Natale, quando cammino per ore e compro regali per tutti. Voglio Roma un fine settimana di dicembre e andarci con la Stefania e fare colazione con lei in un baretto che guarda Piazza di Spagna. Comprare dei guanti per tutti. Voglio fare finta che nulla si perde e che tutto resta, dentro, a confortare negli inizi d’inverno. Voglio una torta al cioccolato. E almeno quella ce l’ho, di là, sul tavolo.
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03/10/2008
Nido caldo
L’altro giorno, che era il primo d’ottobre, sono stata nella mia vecchia scuola. Già camminare fin lì è stato bello. Poi non ho fatto in tempo ad affacciarmi sulla porta dell’aula che sono stata travolta. I miei ragazzini m’erano tutti addosso. Tutti. E Rolando gridava scomposto: “Ti voglio bene! Le voglio bene! Ti voglio tanto bene!”. Parecchie bimbe piangevano. Nicholas ha chiesto: “C’è nessuno come me, nella nuova scuola?”. E siccome lui è un maledetto accarezzacuori che non ha voglia di fare un diavolo di niente ma sa come sorridere ed essere gentile, gli ho detto. “No, certo”. E le colleghe m’hanno sorriso e abbracciato. L’aria era satura di qualcosa. Qualcosa di buono; di dolce. Ma di triste, anche. Comunque io me li sono abbracciati e baciati tutti, proprio forte. La bimba più grande della sua età con la matita nera sotto gli occhi e il ragazzino biondo con il blu della pupilla acceso d’intelligenza. Tutti, stretti. Non m’importava se con le lacrime mi bagnavano la faccia. Sentivo il bene. Lo sentivo davvero. E non so perché ogni tanto me ne scordo. O non lo sento. Non so perché mi capita, a volte, di dimenticare il bene che c’è intorno a me. Mi succede inspiegabilmente di precipitare in gorghi di insignificanza, d’assenza di senso, di buio. Non lo sento, non m’arriva più. Come un blocco, un’interruzione. Mica è colpa degli altri. No, è colpa mia. Divento come ottusa, mi manca chiunque, sento assenze da tutte le parti. Vedo me come fossi un’altra persona. Una persona sbattuta in un angolo, abbrutita di solitudine. Non riesco più a vedere tutto il bene che c’è, intorno a me. Tutto l’enorme resistente morbido nido caldo di bene che mi protegge, sempre. Che c’è, sempre. Che mi scordo, spesso.
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27/05/2008
In macchina di notte
Se c’è una cosa che mi piace è viaggiare in macchina di notte con un po’ di stanchezza addosso, la musica dentro e le luci della strada fuori. Una musica che riempia gonfia e calda l’angusto spazio sopra le teste, che prema contro i finestrini per rinfrangersi all’indietro sulle carni. Viaggiare così senza voler arrivare per forza da nessuna parte. Meglio se tornare. Di notte. Però non lo faccio quasi mai. Amo quei momenti in cui fuori tutto va veloce eppure lo percepisci come trattenendolo per la coda, piano. Amo la notte che non fa paura perché se ne sta solo là, oltre i vetri, a lasciarsi guardare, infilarsi morbida dentro gli occhi, la musica che continua ad affondare sopra le gambe e le guance. Ma mi capita di rado. La bellezza sbattuta d’appoggiare la testa all’indietro. Togliersi le scarpe. Scivolare. E la musica che avvolge, asseconda, sale su e poi piove giù, giù lungo il cranio il collo la spina dorsale le ossa del bacino e giù ancora giù e più giù, dove rimane a pulsare e scaldare, come non dovesse smettere mai di farti sentire in quel modo lì in cui ti senti e che non riesci certo a spiegare. (Radiohead, High and dry. Musica per viaggiare di notte con le luci fuori e il caldo dentro e tutto che scorre)
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