Gary Burton: un quartetto divertito, coinvolgente, affiatato

burton quartet.jpgSono andata al concerto di Gary Burton come una che va a una festa di cui è poco convinta. Sono tornata a casa pensando che la festa era stata troppo breve; che insomma, allora, oh, voglio restare ancora, perché è tutto finito? Il fatto è che il quartetto mi ha conquistata. Non me l’aspettavo, così. Davvero no. Prima dell’inizio guardavo con curioso stupore lo strano oggetto sul palco e le sue canne metalliche: qualcosa che mi era del tutto estraneo. Sicché attendevo. Poi i musicisti sono entrati e hanno suonato Afro blue. L’aria avvolgente e calda di Cuba s’è infilata dentro il teatro, io ho cominciato a sorridere e non ho più smesso. Difficile non muovere i piedi, non aver voglia di battere le mani subito. Burton percuoteva il vibrafono con energia e raffinatezza, seguito dalla batteria potente di Antonio Sanchez, l’unico batterista al mondo che non cambia mai espressione. Al contrabbasso c’era l’altissimo Scott Colley, dal fraseggio corposo, eloquente; perfetto per l’andamento latino del pezzo. E poi c’era lui, il giovane Julian Lage. Così è finita che mi sono innamorata. Della sua camicina a quadri, dell’orologio di foggia antica che portava al polso e del modo morbido ma deciso di tenere la chitarra a tracolla. Se ne stava in mezzo al palco con timida disinvoltura, felice di trovarsi lì, e suonava come non avesse mai desiderato nient’altro dalla vita. Spesso gli si parava sulla faccia un sorriso chiaro chiaro e tutto, intorno, s’illuminava
Il pubblico si era appena abituato alle rotondità afrocubane che il clima è diventato inaspettatamente bianco. Siamo stati trasportati in un mondo delicato e leggero fatto di neve e isbe russe tutte di legno. Last snow di Vadim Neselovskyi è risuonata lieve come un canto per bambini, una canzone della buonanotte in cui i quattro battenti di Burton si appoggiavano impercettibili sui tasti e si fondevano con la batteria, dinamica e non invadente. Non c’era però un’insistita dolcezza, né uno sbrodolare inopportuno sulla melodia. Anzi il suono arrivava filtrato, spogliato di orpelli. Bellezza della semplicità, biancore dappertutto. Quando poi Sanchez ha prestato il suo Did you get it al gruppo, ebbene, signori, allora è arrivato il fuoco. Burton ha schiodato, così senza avvisare, un assolo da farti schizzar via dalla poltrona. Lage, subito dopo, non è stato da meno. Se n’è uscito con un’improvvisazione intensa, lunghissima, eclettica. Del resto il californiano ragazzo, come ha mostrato nella solitaria introduzione a Someone to watch over me, ha suonato ogni pezzo con gusto e fantasia, ritmica e swing, lasciando dietro di sé scie di blues, classica, folk, bluegrass. Un po’ Bill Frisell, un po’ Béla Fleck, un po’ David Grisman. Poi quella chitarra suonata con fare sinuoso; e ogni tanto una specie di svirgolata con le spalle, come a indossare di nuovo la sua pelle.
La musica è continuata nell’efficace alternanza di atmosfere, ritmiche e sonorità. Fra i colpi impressionanti di Sanchez sui tamburi e la sua sensibilità dinamica, le vibrazioni ariose delle canne del vibrafono, la cavata sicura ed evocativa di Colley al contrabbasso. Ha chiuso il Bologna jazz festival un quartetto coinvolgente, divertito e tecnicamente impeccabile, in cui i musicisti si sono scambiati più volte le parti, con equilibrio e grande senso d’affiatamento. Certo, avessi dovuto scegliere qualcuno da cui farmi riportare a casa alla fine della festa troppo breve non avrei avuto dubbi: Julian, dimmi, dove hai parcheggiato la macchina? E non scordare di portarti dietro la chitarra, mi raccomando.

Gary Burton: un quartetto divertito, coinvolgente, affiatatoultima modifica: 2010-11-21T19:38:07+01:00da capecchi
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