La casa del barbacoa

 

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La casa del barbacoa è stata venduta. Ormai la notizia l’ho digerita da tempo. Eppure quella casa per me resta nostra. Della nostra estate in Vermont. Di quei pranzi del sabato ad arrostire salsicce e bere sangria prendendola da pentole enormi dove avrebbe dovuto bollire l’acqua per la pasta. Resta il luogo della  fuga controllata e dell’isolamento; un isolamento condiviso, dunque pieno di calore e di lunghissime partite a poker. Nico e la Cri mi mancano sempre. Penso sempre a loro. Certo anche gli occhi pastosi di Rob e i cappellini di Joe mi mancano; ma tanto Joe lo vedrò presto, lungo e dinoccolato e tutto preso dai suoi tipi loschi con le pistole. Mi manca pure l’aria svagata della Claire, che si vedeva che stava lì ma era sempre da un’altra parte. Mi manca la pizza formaggio e funghi di Flatbread e guardare dallo spioncino dell’appartamento privato se arrivava qualcuno, bere dai bicchieri rossi grandi di plastica e per la prima volta vincere a poker ed essere felici. E poi “perché non andiamo a fare il bagno nella sgiacuzi?”; nella notte, nella pioggerella fina, nei bicchieri di vetro massiccio riempiti di gin-tonic, nei capelli bagnati, nei vestiti bagnati, nel sonno improvviso e ciclopico che prendeva tutti quanti. Non ricordo un posto al mondo dove mi sia sentita così parte di qualcosa. Ero lì, con loro. Loro definivano i miei contorni e io i loro. Dopo le lezioni e gli appuntamenti di rappresentanza si usciva la sera e si andava da Mr.Up’s o magari dai Tre fratelli, in quel buco di paese dove non c’era nulla – ma dio se io lo amavo; e quanto. Non c’era nulla al di fuori, non vedevo gli altri, gli altri non erano che schegge nella nostra compattezza buona, solida: infatti poi alla fine ci si rifugiava nel salotto segreto a guardare libretti con le foto o semplicemente ad ascoltare la musica dal computer di Roberto, che mandava Rocky racoon, Hey Joe e Son of a preacher man. Mi mancano loro, sono un pezzo di carne che ho perso e non capisco bene perché, visto che io li sento sempre quaggiù incastrati nelle mie costole. Mi manca quel sentirmi protetta, perduta e libera insieme. Saper di poter prendere una macchina e viaggiare per strade di curve e di verde, fino a Boston. Salire su un tetto, coprirsi con una coperta e guardare giù le luci della città nella notte, con un vino spagnolo a scaldare le mani, lo stomaco, forse i dolori, le domande: “Sono uno stronzo, vero?” “Ma no, no che non lo sei”. Mi mancano così tanto i giorni a Burlington a fare acquisti e mangiare negli sporchi diner, perdere il portafoglio, tornare a prenderlo e per la strada mangiare bagel con salmone e formaggio e bere caffè lungo.

Ma mi mancano soprattutto la piccola riccia e il ragazzo dagli occhi che lanciano coltelli. L’ultima volta che ho visto lei era un maggio, si mangiava insieme, si sbriciolavano ricordi e si cercava di non ferirsi troppo con le parole. L’ultima volta che ho visto lui era qui e mi metteva sopra una coperta di lana colorata mentre io mi addormentavo sul divano, troppo sgomenta per dirgli grazie. Della coperta e di tutto il resto.


http://capecchi.myblog.it/media/01/00/1614464900.mp3
 

(Son of a preacher man. Canzone del poker e del salotto segreto)

La casa del barbacoaultima modifica: 2009-10-14T11:46:00+02:00da capecchi
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7 pensieri su “La casa del barbacoa

  1. Si ha sempre bisogno ad intervalli regolari o meno di una nicchia di tempo, di luogo e di affetti da qualche parte nel mondo, una nicchia dove tutto è sospeso e si sta bene. Non c’è passato, non c’è futuro, c’è solo la jacuzi, le salsicce sul barbecue, la musica e poche persone scelte che niente chiedono e sempre ci saranno.

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