Mi fermo per poco

Non ci vengo spesso, a Pistoia. E quando ci vengo mi fermo per poco. Scalpito, mi agito, scappo via. Oppure mi chiudo in casa e sto solo sdraiata sul letto a leggere, tutto il tempo. In genere ci vengo durante le vacanze di Pasqua, in qualche fine settimana, magari in gita con le belve. Oppure d’estate, come ora, che ci son da festeggiare quattro compleanni. Non importa che alcuni siano già passati da molti mesi; noi ci vediamo lo stesso, ci compriamo un regalo per uno e li festeggiamo tutti in una volta. Stavolta ci siamo rintanate in un piccolo chiostro pieno di piante e vecchio blues pistoiese, di quello che si sentiva una volta in posti come il Risidò. Poi abbiamo dato fuoco al sacchetto del pane e abbiamo ricordato tutte le persone che fanno finta d’averci dimenticato. La Sala più tardi era un grumo di animali stolidi col bicchiere in mano. Gazzelle secche, pappagalli colorati che ciondolavano le teste, sorrisi tirati e pelle lucida. Era caldo, era tutto compatto eppure slabbrato. Erano tutti . La testa mi sciaguattava senza tregua: forse il prosecco, forse lo sherry, ma soprattutto il disagio pungente che qualcuno (non) mi riconoscesse. Volevo solo andarmene e sedermi a un altro tavolo, con un altro bicchiere e le mie tre amiche. Volevo fare come ho fatto il giorno dopo, che son venute qui a casa di mattina: le bambine a inseguire i gatti e la tartaruga, noi a provare scarpe e vestiti, regalando a una le zeppe rosse di quelle camminate a Middlebury, a un’altra l’abito color prugna che avevo una volta in valigia ma non ho mai messo. Ieri sera avevo poi un incontro importante. Son tornata sulla Sala arrampicandomi sui miei tacchi con la palla fumé sopra. E per fortuna si respirava, non c’erano branchi ammaestrati in giro ma spazio e tavolini dove sedersi. Lei si è stagliata contro via Stracceria tutta vestita di nero ma lucente, con una macchina fotografica a tracolla e una bambina tutta rosa accanto. Non c’è stato un momento, mentre si mangiava salame del Trentino e un Muller Thurgau che non volevamo, in cui non mi sia sentita felice di dov’ero e come. Mi veniva sempre da ridere, da abbracciare, da ascoltare. Mi veniva da pensare che sì, quella è proprio una voce da cantante. Vagamente arrochita, modulata sui toni bassi, avvolgente. Rotonda come gli orecchini-sole che portava. La bambina saltava, giocava, sorrideva e parlava al telefono in un inglese soffiato e dolce. Noi si discorreva di Londra, vecchie professoresse, uomini e fotografie. Alla fine mi son rimaste tre cose da chiedere alla donna dagli orecchini-sole: la prima terna di vini memorabili; il nome di quel gruppo per cui ha preso un giorno di ferie; rivederla presto.

Mi fermo per pocoultima modifica: 2011-07-02T16:58:00+02:00da capecchi
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5 pensieri su “Mi fermo per poco

  1. Quando passi di qui è sempre una festa. La città carina, triste con i branchi stolidi s’illumina con te. O forse m’illumino io perché mi sento capita in tutto, dallo scalpitio claustrofobico allo scuotimento di testa di fronte alle formazioni compatte dei pistoiesi, dal “Discorso del re” alla voce accogliente di lei.

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