Fran!

Odio settembre. Questo si sa, lo dico sempre. Mi arriva ogni volta addosso come un treno. È crudele e inclemente. Specie se è un settembre caldo. Te ne torni piena di abiti sporchi e appallottolati in valigia e vuoi solo rigirartici dentro, non uscire per settimane, annusare quello che è rimasto e sa di buono. Ridatemi gli eucalipti! Dove sono gli eucalipti? Tiri su col naso, forte, per sentire se è rimasto ancora qualcosa ma poi dopo uno, due, quattro, dodici giorni mica c’è più nulla. Riprovi. Niente. Ti si apre una crepa a metà stomaco, ma vabbe’. Vuoi solo stare ripiegata dentro qualche anfratto segreto della borsa nera piena di scontrini americani; tocca invece lavarsi, vestirsi, persino uscire e – orrore – vedere persone. Sicché. Ripartono i piccoli viaggi in macchina verso la scuola, le ore perse alle riunioni, la spesa, i film da vedere, le cene da preparare e poi alla fine ordinare. Si fa tutto. Ma si galleggia. Boccheggiando in cerca d’aria. L’estraneità non potrebbe essere più totale.

Settembre implacabile snocciola le sue giornate. Procedi a vista. Ogni tanto si spalancano piccole finestre e l’aria entra. A Firenze con amiche rosse di capelli che parlano spagnolo. O su una panchina a bere Corona (con il limone, certo, per forza) e ridere di Hank, divani e tatuaggi.

Poi succede qualcosa, d’improvviso. Come la storia del chiodo che decide un giorno dal nulla di staccarsi dal muro e – fran! – il quadro casca giù. L’ho riletto poco tempo fa in Novecento e ogni volta quel pezzo mi dà i brividi. Fran! E il quadro casca per terra. Fran! E la parete di colpo cambia aspetto, il panorama muta, cosa c’era qua sopra un attimo prima? Boh, non lo so, non ricordo. Ecco. Così succede anche per settembre. Quel giorno a scuola in cui entri e hai gli occhiali scuri che non vuoi togliere, perché le ore dormite sono quante? Tre? Tre e mezzo. E una prof giudiziosa alle prese con l’inizio d’anno lo sa quante ore di sonno sono necessarie. Ma del resto la notte era così bella sotto il tendone tropicale dei Giardini; infinita nel peregrinare sopra ciottoli rotondi che non vanno certo bene per scarpe argento con il tacco. È caldo, caldissimo, ci si scioglie dentro swing dal medio tempo o musiche disco (musiche disco?) sparate dritte nella testa. Cola il trucco sotto gli occhi, colano addosso tutti i giorni passati e ti sfilano accanto ragazzi con ali di farfalla attaccate dietro la schiena. C’è musica dappertutto. Una coppia si bacia lì accanto. Due. Tre. Probabile che sia tutto una specie di sogno da sveglia dove vieni trascinata da un posto all’altro di una città inesistente, dentro una Ka grigia strettissima e con le canzoni sbagliate. Ma dev’essere tutto vero. Il dubbio di realtà è infatti confermato: perché indossi un abito nero con la scollo rotondo e un rossetto rosso, Red Passion, Mac, ovviamente mat. Sei tu quella lì. Sei viva nella notte di Bologna mentre balli e poi non balli swing. Mentre decidi che sì, puoi rimanere. Che sì, va bene così, l’America è lontana, dall’altra parte della luna, come diceva quello. Perciò ti lasci mettere un timbro sulla mano, scendi giù per le scale e via, ti sei tuffata, smettila di galleggiare. Respira.

Allora dunque la mattina dopo entri a scuola, sali le scale, trovi la classe ancora vuota, ti siedi alla cattedra, ti togli gli occhiali e lo senti: fran! Il quadro è cascato. Settembre è sempre un mostro mangiacuore ma ormai il chiodo si è staccato, ti sei svegliata con la testa piena di biglie eppure un pezzetto di cuore ce l’hai ancora tu. Settembre non se l’è mangiato tutto, bastardo.

E io non glielo lascio prendere nemmeno se me lo strappa a morsi.

Fran!ultima modifica: 2015-09-17T19:43:32+02:00da capecchi
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