Una giovinezza

L’odore della pioggia a Pistoia è diverso da tutto il resto e io lo riconosco subito. Non saprei davvero spiegarlo se non così: vent’anni, sera di mezza estate, macchina, io e la Simona giriamo a finestrini aperti facendo le poste qua e là; poi finiamo a guardare la città dall’alto a Germinaia, che è luogo di amori appannati e grezzi, arruffati, stupidi ma bellissimi. Si beve estathè, si ascolta Radio Subasio e la vita è ancora un tutto da farsi, da ferirsi. Ci si dice qualunque cosa, ci si racconta tutto; e ancora non si capisce che stiamo attraversando giornate di purezza assoluta, lisce. Potremmo intaccarle, sgualcirle, appallottolarle e prenderle a calci; ma non lo facciamo. Abbiamo una giovinezza semplice e per nulla trasgressiva. Siamo cresciute fra suore, lucciole a mezzanotte lungo via di Bigiano e il centro deserto dove si può passare in macchina la sera. Sguazzavamo nella semplicità: fuori dalle mura della città non esisteva nulla. E se esisteva luccicava esotico e imprendibile come un pesce angelo dell’Amazzonia.

Sicché sono diventata poi così. Persa dentro Bologna come una metropoli. Gli occhi spalancati contro una Firenze che brilla e sembra un’altra da quando mille giorni fa la sezionavi ogni mattina dalla stazione a Piazza Brunelleschi. C’era qualcosa in quelle salite col motorino dietro la chiesa di Candeglia, col caldo di giugno a picchiare forte, col grano che ti entrava nelle scarpe e su per il naso, che mi fa essere quella che adesso va via se le cose diventano incomprensibili; o fuori controllo. Non voglio mai, nell’ordine: provare paura, infrangere la legge e sentire dei brividi strani, di freddo, lungo la spina dorsale. Vivere forte, quello sì, l’ho sempre voluto. Ma è un’altra cosa. È quando la notte si torna troppo tardi coi capelli spettinati e la bocca secca, incredule; è ballare swing fino a sciogliersi; è la pelle della Nina; è l’enormità dell’America che toglie il fiato; ma soprattutto è lasciare che ti si aprano delle crepe nel cuore perché le persone sono entrate dentro e ci hanno fatto un nido. E a volte quando ci si accomodano allungano le unghie affilate per sistemarsi meglio, proprio come fanno i gatti; però dei gatti hanno anche quel calore buono che allora ti fa dire: resta qui, aspetta, dove te ne vai?

Quindi alla fine non vivo più qui ma gli ulivi argentati e le stradine strette che salgono verso casa, si vede, vivono qua dentro. Quel sentirsi fanciulla di quasi campagna che non ha capito niente ma sa dare risposte è quello che io sono. Mi piace, non mi piace, non lo so. Intanto esco fuori, annuso l’aria, lascio che il sole mi faccia chiudere gli occhi. Mi riconosco a tratti. Va bene così.

Una giovinezzaultima modifica: 2016-03-29T12:03:43+02:00da capecchi
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