Lo stesso identico giallo

Il fatto è che io me lo immagino, il sacchettino trasparente della mimosa dentro lo zaino. La carta lucida e quel fiocco fatto con cura infilato fra i libri stropicciati e il diario con la copertina mezza staccata. Mi sembra proprio di vederlo, quel gesto goffo ma pieno di cura con cui il rametto giallo è stato messo là nel mezzo. La voce con cui il fioraio si è sentito chiedere i fiori, quel tono di bambino ruvido e insolente.
Oggi è una giornata evidentemente autunnale. Tutta grigia. L’aria umida, il freddino, il cielo privo di striature. Uno di quei giorni che schiacciano il profumo dei fiori sotto l’odore d’acqua marcia e marciapiedi bagnati. Uno di quei giorni inutili come altri, non più bello non più brutto, per fortuna pigiato in fondo alla settimana che finisce.
Sicché in un giorno come questo arriva il mazzetto delle mimose. Quel profumo che stordisce, ti disturba. Eppure comunque ami, da sempre. E poi lo stesso identico giallo dei limoni. Come dire: dai malchiusi portoni un giorno per caso s’intravede eccetera.
Insomma io con le mimose sulla cattedra faccio lezione. Me le guardo e mi viene da sorridere. Me le guardo e ripenso a quella camminata di mattina presto verso la scuola, con i fiori nascosti in cartella, con la segreta eccitazione di avere qualcosa da regalare. Il modo guascone di consegnarle. Quei capelli da pulcino, la pelle morbidissima della faccia, gli occhi due lucciole. Così quelle mimose me le tengo lì; le guardo, tutte gialle accanto al registro e alle penne rubate agli alunni, e mi piglia una roba allo stomaco che è insieme gioia e non proprio dolore ma quasi. Una fitta. Fisica. Una tenerezza strapazzata, rasposa in gola.
“Prof, sa che ora ho dei debiti? Non avevo soldi ma il fioraio mi conosce e allora ho lasciato da pagare e me l’ha data lo stesso”.
Io non so com’è che iniziano gli amori; e quando. So che in questa classe stavo male, all’inizio. Una fatica immane, il senso di lavoro sprecato, male speso, senza ascolto. Mi pareva di non essere nemmeno più quella che mi ricordavo. Mi vedevo, dall’esterno, e avevo una faccia come di pietra. Ma invece. Invece da qualche tempo provo una felicità, una grazia leggera e rotonda quando sto con loro. C’è qualcosa di primordiale e del tutto puro in quegli esseri. Sono lupacchiotti, maialini, gattini selvatici. Qualcuno mi ricorda la piccola Mery, la stessa grezza smania di dire. Un bisogno disperato di racconti. Mai m’erano capitati tutti quei “prof, ancora, ci racconti ancora”. E allora sarà la mimosa, sarà l’abbraccio di quell’altro che m’ha fatto arrabbiare o forse sarà che ho più di quarant’anni e il cuore in poltiglia, ma queste bestioline mi fanno emozionare come non mi succedeva da un bel po’. Accidenti, oh.

Lo stesso identico gialloultima modifica: 2013-03-08T18:31:25+00:00da capecchi
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