E’ stato un sogno fortissimo

C’ero, ieri sera. Non c’è molto altro da aggiungere.
(E invece poi sì, va bene, ne scrivo. Del resto si tratta pur sempre del Maestro.)

Le vecchie signore ingioiellate coi capelli gonfi e striati si mischiavano ai ragazzi secchi e riccioluti con le sciarpette tristi intorno al collo e lo zainetto militare a tracolla. Le donne pappagallo dal viso biscottato e immoto si aggrappavano al braccio di commendatori e ingegneri in giacche scure e capelli brizzolati. Qualche giovane fanciulla francese scivolava dietro ai molti volti orientali. Le signorine che conducevano ciascuno al proprio posto erano garbate e avevano accenti strani, indecifrabili paesi d’origine. Era la gente che t’aspetti a un suo concerto, così come lui la descriverebbe. Tutta in trepida attesa, come uscita fuori da qualche raccontino di Palazzeschi.

Poi, luci spente. Poi, sipario. Sapevo già dell’attacco in vibrafono, me l’aspettavo. Ma ecco che poi arriva lui, cammina in giacca e pantaloni scuri, si siede al piano. Comincia. Ed è un avvio invernale, arrotolato, segreto. E’ la donna d’inverno che alterna profondità afgane e fruscii di taffettà. I baffi di lui sono i soliti e sfregano come sempre sul microfono. Tutto risuona di cupezze magnifiche. E’ un attacco dove si sprofonda, subito: abissi medievali e una essenziale composizione dei musicisti, tutti vestiti in smoking e completi eleganti. Una sezione fiati ridotta all’osso. Però c’è il fagotto. Però c’è l’oboe. Strumenti misteriosi, poco frequentati, arcaici.

Si assiste al concerto come in trance. Seduti sull’orlo della poltrona, in bilico senza muoversi, quasi. Si respira appena, ma piano. E’ chiaro che lui ha scelto l’atmosfera pensosa ed elegiaca del disco. Suona Sparring partner. Suona Elegia. Divento liquida, scivolo giù dalla sedia, sono un tutt’uno col pavimento. Ma quando canta Sotto le stelle del jazz prendo a sorridere, arriva la commozione. Cioè proprio sto lì con gli occhi umidi, tutta in dolce subbuglio emotivo. Perché come dice jazz lui non lo dice nessuno: jazzzzzzzzzzz, così, lunghissimo con quelle zeta infinite; così, jazzzzzzzzzzz, fa lui con la testa piegata di lato e una spalla più alta dell’altra. Il sorriso ritagliato sulla mia faccia qualcuno l’avrà pur visto, nel buio: è rimasto lì per tutto il tempo. Poi “Via, via, vieni via con me“. Sguscia fuori quando nessuno se l’aspetta, quasi all’inizio; ci mette dentro il vibrafono, mi sembra, il sassofono tace, che strano. Io penso che quando uno ha scritto un pezzo così potrebbe anche non fare nient’altro per tutta la vita, perché tanto ha già dato abbastanza al mondo freddo che sta fuori. Invece lui ha fatto altro – meno male. Infatti si allunga sulla sua verde milonga, verdi le luci sul palco, un lacustre vetro di musica s’apparecchia fra le quinte. C’erano dei piccoli inserti veloci, là in mezzo, a interrompere l’uniforme estenuante lentezza della milonga; ma adesso è tutto così confuso. Anche perché durante il concerto i musicisti si scambiavano, si spostavano da una parte all’altra del palco, si passavano gli strumenti di mano in mano. E chi suonava il baritono poi abbrancava il bandoneon e poi si metteva dietro al vibrafono e ritornava al sassofono e brandiva un clarinetto basso e lui sempre lì, a cantare senza parlare, a non dire proprio nulla che non fossero giuramenti di fango, habanera e fandango. Certo che poi una è confusa.

Via con me

Eppure stavolta ci ha anche stupito, chè a un tratto s’è alzato e s’è messo dietro l’asta del microfono. Ha cantato così, in piedi, mentre due degli stessi musicisti che prima suonavano chissà quale strumento si sono seduti insieme al piano, hanno suonato Lontano, quella cosa bellissima oltre i manometri e oltre Milano, e lui ha cantato, ritto, storto, la giacca e i pantaloni che lo seguivano e quelli che credo mocassini ai piedi. Lui una volta aveva fatto l’elogio dei mocassini, mi sembra. L’ho letto da qualche parte ma ora non ricordo. Ma sì, erano proprio mocassini, si vedono bene anche nella copertina di Reveries, lui in piedi su una panchina di pietra; e i mocassini neri. E insomma lui sul palco calzava mocassini e nessuno, si sa, è in grado di portarli – tranne lui. Tutti sono ridicoli coi mocassini. Lui, no: lui è bellissimo. Lì col mocassino e la giacca e una maglietta scura. Riuscire finalmente a vedergli le mani, che prima erano coperte dal piano. Le mani che muove e usa per disegnare qualcosa, piccoli ritratti, ricami controtempo. I ricordi personali di ciascuno degli spettatori, che potevano acchiapparli e rimetterli a posto, nel loro archivio polveroso. Sta lì, in piedi contro il microfono, rispettoso degli spazi e di noi, anche quando i musicisti spingono a tutta velocità su Lo zio. Lui tira fuori il suo kazoo, gioca, lascia che il vibrafono impazzi, tutti suonano che è una meraviglia rapida, precisa: velocità da metronomo folle. Un pezzo di musica di quella vera che alla fine ti strappa gridi e invocazioni ardenti; te li fa scagliare giù, a voce spiegata, sperando che lui li acchiappi, li pigli. La gente lo applaude. No: lo acclama. Il teatro implode. Nessuno ci ritroverà sotto le macerie. Ma se ci ritroveranno, vedranno le bocche inarcate in sorriso, le mani rattrappite in applauso, gli occhi adoranti. Intanto lui è ancora lì: mocassini e sguardo fuggevole. Nessuna parola. Elegantissimo. Insondabile. Poetico.

Poi lui suona anche il vibrafono. Per poco, ma lo suona, mentre canta Chissà. Insomma si muove molto, stasera. Triangola i suoi passi fra pianoforte, microfono, vibrafono. Abbraccia addirittura i due pianisti. Si incornicia fra loro. Non è il solito dio della fermezza Ci stupisce. Si lascia inchiodare da spietate luci rosse mentre canta Diavolo rosso – il chitarrista marionetta che non si ferma per minuti e minuti, mentre suona lo stesso identico accordo a velocità circensi.
Aggrappiamoci a qualche bracciolo, ché se no è facile catapultarsi in qualche altro posto. Finire d’improvviso in certi eden perduti e ritrovati, più diluiti, come la musica di Madeleine.
S’attarda su Gioco d’azzardo. Lui è l’azzardo. Ne canta sempre. Ci lascia tutti a puntare sullo stesso colore fino a rovinarci. Vogliamo tutti tasche vuote e mani audaci. Vogliamo essere crudeli, tempestosi, bugiardi. Giocare l’amore come una trappola, scaltri nel ghigno e nel piede. Rivelare che si è amato per davvero solo dopo che si è andati. Frammentare le verità d’amore come per scherzo, di sbieco sotto il cerchio di luce di là dal sipario. Anche le vecchie di cartapecora, allora, si ricordano di quando dicevano no ed era sì, fra le calze a metà coscia e i tavolinetti coi serviti da tè sopra: per un attimo vibrano le loro immobili sopracciglia. Poi si ricompongono nelle loro maschere pallide.

Il concerto finisce con il divertito gioiello della vecchia giacca nuova: è tutto lui, è tutto lì. Prende in giro e dondola, si diverte, ma se ne va. Torna solo per una Via con me velocissima e strappata. Si fa in tempo a guardarselo per bene che è già via. Spunta da solo, di nuovo, per ringraziare senza parole. Il sipario lo inghiotte subito. Si torna a casa. La gente sciama giù dalle scale, signorine snelle e aggraziate regalano nell’atrio bottiglie di vino rosso. Bologna di notte è una fascia di persone che camminano a grappoli, strette nei cappotti, con bottiglie di vino sotto il braccio. E stanno quasi tutti zitti: erano al concerto di Paolo Conte, non hanno nulla da dire. Svicolano.

E’ stato un sogno fortissimoultima modifica: 2004-11-26T08:55:00+01:00da capecchi
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13 pensieri su “E’ stato un sogno fortissimo

  1. Michele, magari poi ne scrivo, sì. Perchè non resisto. Poi però mi par d’essere monotematica, chè ho scritto del disco poco sotto. Comunque io, per non sbagliarmi, ho già prenotato anche i biglietti allo Smeraldo di Milano. E te no? (Gaia)

  2. Beati voi. Io solo questo mese mi sono perso nell’ordine Mehldau per piano solo (17) e Garbarek col suo quartetto (21). Esauriti da un paio di mesi, pare. Però il 20 febbraio mi sa c’è Ludovico Einaudi da queste parti. Lavorare stanca 🙂 (Ja)

  3. Che poi, Miic, per il fatto di suonare tutti gli strumenti, finivano per fare dei pasticci: al sassofonista baritono cascavano continuamente i fogli degli spartiti, un altro a un certo punto mi pare che sia partito prima del tempo, si affrettavano, era un gioco d’incastri. Insomma: erano fantastici e veri. Da vedere, sì. (Gaia)

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