Di musicisti / 2. Controtempo

Una volta avevo un gruppo. Si chiamava Controtempo e suonava jazz. Provavamo tutti i martedì sera in uno stanzino insonorizzato ricavato nel garage del Coppini. Eravamo in quattro, all’inizio. Il leader più o meno riconosciuto era il riccioluto Francesco, tastierista; poi c’erano il Navi al basso e il Coppa alla batteria; io, naturalmente, suonavo il contralto. In quel rettangolo caldo c’era proprio tutto: microfoni, mixer, casse, leggii, polvere e anche quelle cose misteriose che si chiamano jack. Francesco era perfezionista, logorroico, a tratti insopportabile ma, in definitiva, assai divertente – poi mi portava a vedere i gattini che aveva fatto la sua micia e io ero tutta contenta. Il bassista era muto, dunque non so chi fosse né cosa pensasse esattamente: la sua faccia era di un’impassibilità sconcertante, sotto capelli lunghi e sfilacciati; ma tutti gli volevamo bene. Il batterista era una faccia storta e appena abbozzata di operaio toscano di paese, con lingua lesta e ragionamenti grezzi: gli piaceva andare al sodo centro delle cose. A volte, ruttava. Quasi sempre, bestemmiava.
Io prendevo la mia Ypsilon 10 color ciliegia e andavo da loro. Di jazz ne sapevo poco, ma secondo me era già abbastanza: perché infatti avevo ascoltato molto Parker, amavo alla follia Rollins e Ellington era l’unico dio che mi permettevo di venerare – Coltrane e Davis erano ancora di là da venire. Così suonavo; stringevo il mio fedele Blessing fra le mani e improvvisavo quel che c’era da improvvisare. Se il caso, litigavo col pianista che esigeva orari da caserma e disciplina ferrea, ovviamente senza rispettarli.
Noi provavamo sempre e non suonavamo mai fuori: Francesco non era al dunque soddisfatto; in altri termini era terrorizzato. Allora detestavo la sua boria petulante. Lui che pretendeva. Lui che dirigeva. Ma poi mi faceva anche ridere; anzi lo adoravo, in fondo. Come adoravo gli altri due. Tutti a lanciarsi occhiate di traverso ai piatti quando toglievo maglioni e suonavo in magliette smilze: del resto il metronomo impazziva, la temperatura si faceva incandescente e tener dietro a Shaw’ nuff diventava impossibile, in maniche lunghe, con tutti quei capelli sulla faccia. Era una specie di caldo oppressivo e bellissimo, le chiavi del sax umide e gocciolanti, l’interno delle labbra che iniziava a far male.
Magari poi dopo due ore di prove uscivamo e andavamo in qualcuno di quegli orribili pub finto irlandesi che impestano ogni città. Ma che era orribile non lo vedevo; o non m’importava. Bevevo birra, ascoltavo loro tre che recitavano a memoria le stesse pagine del Vernacoliere e mi prestavo volentieri alle loro volgarità. Trovavo stranamente dolci le loro battute triviali: mi piaceva piacergli, soprattutto in quel modo sudato e sporco del dopoprova. Erano teneri, ecco tutto, e non credo che lo sospettassero minimamente.
Una sola volta abbiamo suonato in un locale, il Fox di Bonelle, uno dei soliti finti pub irlandesi. Avevo la febbre a trentotto e c’erano tutte le persone che amavo pigiate ai tavolini o in piedi al bancone. Anche qualche alunno. Anche un’agitatissima Stefania porgitrice di tamburello. Ricordo vagamente un mio solo molto applaudito su The girl of ipanema. Poi, altro. Perché appena scesa dal palco vomitai e dimenticai quasi tutto. Avevo però una splendida gonna di viscosa rossa, scivolosa, e stivali neri – questo lo ricordo.
Più tardi è arrivato un altro sassofonista molto bravo. Ogni tanto si aggiungeva un chitarrista come il giovanissimo talentuoso Tommy; oppure qualche cantantina con tutte le pretese classiche delle cantantine che di musica sanno zero e poi “stasera non ho voce non posso sforzarla”. Una di loro – la faccia schiacciata da cagnetta di compagnia – mi ha pure rubato un disco di Dee Dee Bridgewater. Insomma alla fine parlavamo il doppio di quanto suonassimo, e il repertorio e come e perché e la scaletta e prendiamo un percussionista e un trombettista e un altro chitarrista e provare provare provare. Soffocavo. Così li ho lasciati, senza traumi per nessuno.
Ma adesso mi mancano, molto. E ripenso ai martedì nello stanzino del Coppa sempre col sorriso storto della nostalgia.

Di musicisti / 2. Controtempoultima modifica: 2005-01-24T19:50:00+01:00da capecchi
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7 pensieri su “Di musicisti / 2. Controtempo

  1. Bellissimo. “qualche cantantina con tutte le pretese classiche delle cantantine che di musica sanno zero e poi “stasera non ho voce non posso sforzarla”. … troppo vero per non essere esilarante…

    Mai pensato di aprire una nuova pagina musicale?

    STEN

  2. Anche a me mancano molto le salette prove nei seminterrati umidi, l’inconcludenz a di tutto e l’ebbrezza di un pezzo venuto bene, il rivelarsi dei caratteri attraverso gli strumenti, eccetera.
    Come da copione mi ero anche invaghito della cantante, che però aveva un fastidioso attaccamento verso l’altro chitarrista. Mi disse però che mi stimava molto 🙂

    P.S. ho “kind of blue” in vinile, 1959. Poi ho comprato anche il CD.

  3. Vic, se non altro il vinile di Kind of blue dovrebbe non farti rimpiangere la stima della cantante e il suo avvicinamento all’altro chitarrista. E che suonavate? Sten, brutta razza le cantantine, sì. Ne sai qualcosa anche tu? (Gaia)

  4. Con quel gruppo si suonava soprattutto Dylan, ma col bassista avevamo anche un trio jazz il cui pezzo forte era proprio “All Blues”. Alla prima esibizione dal vivo un amico ci accordò le chitarre nell’intervall o, sbagliando l’ordine delle corde 🙂

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