Umbria jazz / 3. Gli amori


Paolo Fresu, Umbria jazz 07Paolo Fresu suona a mezzanotte al Morlacchi insieme a Uri Caine. Paolo Fresu è sempre lui, dicevo. Durante il primo pezzo ha già sistemato il piede destro sotto il ginocchio sinistro. All’inizio del secondo si è già tolto le scarpe e suona scalzo. Il duo è meraviglioso, lirico, divertente. E, come da tradizione di mezzanotte al Morlacchi, si dorme. Dopo Dear old Stockholm, Porgy and Bess, e Tea for two arriva Sì dolce è il tormento: è  l’ora di abbandonarsi, chiudere gli occhi, riaprirli di tanto in tanto per vedere se Paolino è sempre lì. Ed è sempre lì, si può tornare a dormire. Si riesce pure a percepire quel be-bop velocissimo che però non saprei dire cos’era (cos’era?). Si chiude con il bis, Round midnight, ovviamente. Si torna verso casa un po’ più sereni, più felici, come dopo aver sentito suonare qualcuno di famiglia – come sempre succede con lui.

 

Fabrizio Sferra, Umbria jazz 07I Doctor 3 li ascolterei anche mille volte. Certi passaggi di Rea potrei cantarli. Sono loro quei tre, li riconosco. Piacioni, splendidi, meravigliosi. Sospesi e corposi, insieme. Rea nel solito completo di lino con scarponcino alto per ogni stagione. Pietropaoli entertainer come solo adesso ricordo che è sempre stato. Sferra imbiancato, al solito a occhi chiusi sopra la batteria. E sfilano Generale, Close to you, The blower’s daughter, più vortici di altre musiche che conosci ma ora non distingui perchè comunque distingui loro, laggiù sul palco, e questo basta, non serve capire esattamente dove siete arrivati tutti quanti, dentro i tasti del pianoforte. Io quei tre lì vorrei portarmeli a casa. Ma sì, tenermeli in soggiorno, far colazione con loro, chiedergli un pezzo appena alzata. Poi prendere un caffè tutti insieme. Uno spaghetto a pranzo, cose semplici. Però che suonino. Anche mentre vado a dormire e mi addormento e li sento di là, le spazzole di Sferra che continuano a frusciare, ariose e leggere. Librate nel vuoto ma rassicuranti, antiche: inconfondibili nella notte buia.

Brad Mehldau, Umbria jazz 07Brad amor mio Mehldau ha suonato venerdì con Pat Metheny. Bello, il concerto. Uh, uh, bellissimo. Però. A me dopo due giri di chitarra m’è bell’e calata una noia che mi tirerei due martellate sulle caviglie. Non è colpa di Metheny o di Brad o di nessuno: è l’effetto della chitarra e non ci posso proprio fare niente, per me è sempre così. Ammesso che non si tratti della chitarra di Djiango, naturalmente. Comunque: Metheny mi sta proprio simpatico, ha questo sorriso fantastico, si diverte, dice “c’mon” quando Brad suona. Poi Larry Granadier e Jeff Ballard tirano da far paura, sono giovani, mi entusiasmano. Brad si ripiega sul piano; oppure va quel poco indietro come fa lui, stretto nella sua smilza camicina nera. A volte, per fortuna, suona da solo e fa tutte quelle smorfie con la bocca ed è sempre serio e non lo vedi mai sorridere, se non quando finisce il pezzo e si gira composto verso il pubblico e ringrazia, a mani unite appoggiate sulle gambe. A un certo punto lo fa arrabbiare un faro di uno stupido colore giallo limone che gli sparano in piena tastiera, in mezzo a un assolo; lui alza la testa, guarda su, aggrotta le sopracciglia poi continua a suonare. Si rassegna e non ci pensa più. C’è un’unica cosa che mi dà davvero noia in questa serata: quattro palme mezze vive dietro i musicisti. Che non c’entrano, che stanno lì a parlare d’altro, fuori luogo e tristi come solo finte palme in una finta festa brasiliana (finita) sanno essere. Fortuna che i capelli di Metheny spazzano via ogni squallore. E le mani di Brad pure. Consolano di qualunque cosa.  

[Questi erano i miei amori e questa era Perugia, l’Umbria, la settimana scorsa: racconto finito]

Umbria jazz / 3. Gli amoriultima modifica: 2007-07-19T00:10:00+02:00da capecchi
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