L’ombra

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“Uscii di casa come un matto. Mi ritrovai dopo un pezzo per la via Flaminia, vicino a Ponte Molle. Che ero andato a far lì? Mi guardai attorno; poi gli occhi mi s’affissarono su l’ombra del mio corpo, e rimasi un tratto a contemplarla; infine alzai un piede rabbiosamente su essa. Ma io no, io non potevo calpestarla, l’ombra mia.
Chi era più ombra di noi due? Io o lei?
Due ombre!
Là, là per terra; e ciascuno poteva passarci sopra; schiacciarmi la testa, schiacciarmi il cuore; e io zitto; l’ombra, zitta. L’ombra d’un morto: ecco la mia vita.
Passò un carro, rimasi lì fermo, apposta; prima il cavallo, con le quattro zampe, poi le ruote del carro.
– Là, così! Forte, sul collo! Oh, oh, anche tu, cagnolino? Su, da bravo, sì, alza un’anca! Alza un’anca!
Scoppiai a ridere d’un maligno riso; il cagnolino scappò via, spaventato; il carrettiere si voltò a guardarmi. Allora mi mossi; e l’ombra meco, dinanzi. Affrettai il passo per cacciarla sotto altri carri, sotto i piedi de’ viandanti, voluttuosamente. Una smania mala mi aveva preso, quasi adunghiandomi il ventre; alla fine, non potei più vedermi davanti quella mia ombra; avrei voluto scuotermela dai piedi. Mi voltai; ma ecco, la avevo dietro, ora”.

 

(Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, cap. XV. Io e l’ombra mia)

 

L’ombraultima modifica: 2009-04-02T17:51:00+02:00da capecchi
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