L’ottantesimo compleanno di un gigante del jazz: Sonny Rollins a Bologna

rollins.jpgIl teatro è pieno dappertutto e finalmente da dietro le quinte sbuca la luce bianca dei suoi capelli. Sono tutti una raggiera, una nuvola, una vela gonfia. Splendono. Lui appare claudicante nel buio, cammina piano, procede ricurvo. Indossa occhiali scuri e quella camicia rossa di seta, tutta larga e ventosa, che ultimamente porta sempre sul palco. Al collo, il sassofono tenore. Io non so che mi piglia ma vedermelo davanti così, nei suoi ottant’anni, mi commuove e mi strapazza. A Sonny io voglio bene tanto e da tanto, sicché mi verrebbe voglia di salire lassù e abbracciarmelo; capelli, camicia, sassofono e tutto. Scommetto che sarebbe contento. Comunque in fin dei conti è qui non solo per farsi venerare e lucidare le scarpe da una come me, ma per suonare. Così inizia. Srotola una ballad di note che escono quasi a fatica. Ci senti il vecchio colossus ma come di lontano; e tutto il tempo che è stato, dentro. Ci senti gli anni. Ci senti una magnifica arrugginita affannosa età trascorsa. E provi nostalgia per tutte le volte che lui ha suonato e tu non c’eri, come quando studiava sul Williamsburg bridge e l’East river gli scorreva sotto. Adesso mentre soffia dentro il Selmer sembra provato. Qualche nota non esce piena e precisa. C’è qualche respiro di troppo. Sonny è stanco. Ma il pubblico esplode lo stesso. Applausi, grida di gioia. Si vede che tutti gli vogliono bene come e quanto me. Intanto io aspetto il resto; perché lo so che arriverà. Infatti il secondo pezzo batte su ritmiche accelerate e brumosità blues. Il fedele Bob Cranshaw al basso svolge il suo lavoro con efficace e raffinata energia. Il sassofono comincia ad arrotondare la voce. La chitarra tratteggia un’elegante gabbia, abbastanza profonda perché il leone ci ruggisca dentro. E davvero non so che miracolo quest’uomo porti con sé, non so che magia. Ma più il concerto va avanti e più le note recuperano corpo e forma. Sembrano porose. Ringhiose oppure lancinanti nelle tirate degli assoli bebop, aggressive nell’incedere sghembo che Rollins dà ai temi. Più scende giù e più il suono diventa cavernoso, primitivo. Un Hawkins redivivo là per noi. Più il sassofono suona e più il ritmo del calypso diventa ondoso. The everywhere calypso fa dondolare noi e lui. Suoni di Caraibi e madri dai grossi fianchi che cucinano arroz con leche e frijoles negros. C’è odore di mare nell’aria; c’è odore di cibo speziato. Mardoqueo Figueroa picchia sulle percussioni e noi dietro con le teste, zulù ciondolanti e felici. Più il sassofono suona e più gli assoli diventano assolidisonnyrollins. Torrenziali, esplosivi, infiniti. Con quei temi che si aprono l’uno dentro l’altro, si ripetono, si contraggono, si rarefanno o si allungano secondo il tipico modo che ha lui di prenderli, sformarli e farne un po’ quello che gli pare, senza tregua. You don’t know what love is che arrota la lingua sui bassi e sbarella i cuori più deboli: una ballad di quelle come si facevano una volta, tutta passione e graffio, tutta sassofono che va giù giù giù e poi d’improvviso su su su, lasciandoti stordito. Le otto battute del tema accelerate di colpo oppure stregate da un’estenuata decelerazione. Colate laviche in cui lui sopravvive e noi ci perdiamo. Dov’è finita quella stanchezza iniziale? Dov’è il senso di sofferente affanno? Dove sono i suoi molti anni? Ne resta l’ombra struggente quando lui si sposta da una parte all’altra del palco, tutto piegato com’è, così caracollante. Ne senti il fiato sulla pelle, in certi suoni più soffiati contro l’ancia, e negli assoli che a un certo punto finiscono, mentre prima sarebbero durati fino all’alba, fino ad adesso; o forse non sarebbero finiti mai. Quel vecchio dalla barba bianca è sempre l’irresistibile conquistatore che decide d’andare a prendersi la platea per il collo, suonando quasi sul bordo del palco, sempre più avanti, sempre più avanti. Un torero che sventola una muleta rossa e poi indietreggia. Il pubblico applaude e lancia fischi, grida. Mentre il maestro sparisce dietro le quinte siamo tutti in piedi, a urlare, applaudire, alzare le braccia. Torna per un bis infuocato, tempi stracciati e la chitarra di Russell Malone, così funky che t’aspetti di veder resuscitare James Brown. Il quintetto ha un tiro micidiale, come fosse nel mezzo di una jam dove si deve uccidere l’avversario. Sonny suona e si prende tutto il tempo che vuole. Quando finisce, il teatro è un jazz club rovente dove nessuno ne ha abbastanza. Ci sono così tanti applausi e così tante voci che alla fine lui, dopo due ore ininterrotte di concerto, esce di nuovo e ci butta addosso il rituale Don’t stop the carnival. Corriamo tutti a ballare sotto il palco, lui abbassa e alza il sassofono, ci viene incontro, ci travolge di note e tempi rubati. E’ un colosso per davvero e noi siamo nulla, là sotto. Per quello lo adoriamo e stiamo lì a ballare e gridare e festeggiare l’ottantesimo compleanno di questo prodigioso gigante del jazz.

 

L’ottantesimo compleanno di un gigante del jazz: Sonny Rollins a Bolognaultima modifica: 2010-11-17T14:18:00+01:00da capecchi
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