Già arrivati qui

Gli Champs-Élysées di via Paolo Costa hanno gli alberi esplosi di fiori rosa e nell’erba fuori dall’aula è tutto un apparire di margherite. Mica me n’ero accorta, che eravamo già arrivati qui. A quei giorni in cui prima hai il piumino e alzarsi alle sette è un pugno in faccia su sfondo grigio; poi d’improvviso strizzi gli occhi contro la finestra, c’è questa luce dappertutto e devi metterti gli occhiali scuri che non sono ancora suonate le otto. Scioccante. Bello. Allora lasci le calze nel cassetto e con una lunga sciarpa di fresie e chiffon guidi la macchina verso un Castorama che ha cambiato nome e in mezzo agli scaffali ti scappa da ridere; oppure stai coi ragazzini all’aperto e li guardi tutti appollaiarsi su irregolari biche di terra come tanti granchi sullo stesso scoglio. Ti piacciono, li senti vicini, ti dispiace che tre di loro non verranno in gita perché così è deciso.
Le mattine e i pomeriggi sono elastici che prendi e tiri come ti pare, in luoghi che ormai senti tuoi, che provi a guardare come due anni fa ma che invece hanno contorni del tutto diversi, più stondati, ariosi. Allora pestavi le stesse scale ma ti si chiudevano i muri intorno. Ti pareva d’essere inghiottita e risucchiata giù, in fondo. Un cupo senso di vertigine se ne stava lì appiattito dietro gli armadi, pronto a pigliarti alla gola. Ora invece apri la porta dell’aula ed entra un sacco d’aria. Saranno le ginocchia nude o il fatto che i tortelloni della mensa non li mangi proprio più, ma una certa lieta trasparenza ha invaso le stanze. Così si respira. Eppure, ecco, in giorni belli come anche questo, fatti di pause pranzo con il sole di sbieco sui banchi e i brownies nascosti dentro gli armadietti, t’accorgi che basta una parola, un taglio di voce, una scalfittura per farti sentire l’idiota perfetta che t’eri dimenticata d’essere. Oh, fanculo.

Già arrivati quiultima modifica: 2011-03-23T23:14:59+01:00da capecchi
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