Kamasi Washington dentro le pareti rosse

Volevo che Kamasi Washington m’incendiasse la seggiola ma al Locomotiv non c’erano seggiole e dunque si stava tutti ritti in piedi dentro pareti rosse e soffitto scuro, a dondolare le teste e calpestare bene il pavimento, vicini. L’incendio comunque c’è stato lo stesso. Normale per uno che suona il sax come entrando sul ring: infilandosi prima in bocca un paradenti. Attenzione, questo non è un concerto per signorine per bene, c’è il rischio di colpi ben assestati sulla faccia. Normale se il gigante in tunica marrone a fantasie geometriche suona senza farti sentire il tuo stesso respiro. Vuoi solo chiudere gli occhi, ballare, sudare, urlare e sentirti addosso ogni centimetro della tua pelle – cosa che non sempre accade in certe sale da concerto in cui a volte sei finita per sbaglio.

La musica là dentro ha invece un andamento impetuoso e compatto. I due batteristi picchiano implacabili e Ronald Bruner Jr, soprattutto, fa uscire dal rullante dei colpi spessi, rotondi, fondi, che ti riempiono. Kamasi sotto il cappello a righe colorate travolge e ti porta lassù con lui, non concede tregua. Il tastierista ha un dottorato in funk e suona senza smettere, mai, di sorridere. Uno dei due batteristi e il bassista hanno magliette nere con scritto “West coast get down”: oh, yeah. Miles Sua Fighezza Mosley agguanta l’arco e slabbra le corde del contrabbasso, lo fa urlare di rabbia e piacere, non toglie mai gli occhiali scuri e il cappello nero da combattente del jazz. Probabilmente è alto due metri, ha delle mani gigantesche e un modo gentile di dirti “sorry” quando ti passa accanto e ti fa spostare per salire sul palco, quando spalanca un sorriso che ehi, sì, va bene, dicevi? Esiste certo un’altra vita in cui io sono la sua donna e lo seguo dappertutto e facciamo litigate furibonde tirandoci addosso gli spartiti perché quella in prima fila là sotto cosa cazzo guarda.

La musica va, noi ci appoggiamo al muro, alle nostre spalle e a quel po’ di pensieri che fanno rumore in testa. Tutto s’intreccia. Ci sono poi dei momenti in cui pare che le pareti rosse si spalanchino e il tetto esploda e la voce di Patrice Quinn, che non è particolarmente bella né potente, scava però degli invisibili solchi, lunghi, profondi, che scendono giù giù giù, lungo la linea della schiena. Il momento in cui canta Henrietta our hero, per esempio, è uno di quei frammenti spaziotemporali che vorresti ritagliare, staccare da lì e metterti in tasca, per sempre. Le nostre teste dondolano, gli occhi si chiudono, siamo ancora lì? È tuo quel braccio? È mia la gamba? Perché non ci abbracciamo tutti forte mentre la voce di lei sale e alza le braccia al cielo sopra di noi e sul palco tutto è illuminato? Perché c’è qualche cosa che volevo dire e ho dimenticato?

Poi le porte si aprono e fuori è una sera d’estate. Non c’è altro da fare che camminare e intravedere le luci balenanti sopra il ponte della stazione e parlare; ma poco. Senza soprattutto perdersi in sofisticate analisi da critici del jazz. T’è garbato? T’è arrivato qui, proprio qui, in pancia? Sì, no, metti una crocetta. Altri due passi, ecco, sono arrivata, domani c’è Joshua Redman e poi Brad Mehldau. E bisognerà pure che lo sappia, anche lui, che se stavolta non mi maciulla il cuore forse mi toccherà lasciarlo andare. Mica per sempre, eh, solo per un po’. Giusto il tempo di un altro Kamasi Washington, di un’altra stanzaccia calda con le pareti rosse, di un altro ritaglio in cui dondolavi la testa e chiudevi gli occhi e non sapevi di chi erano le spalle.

Kamasi Washington dentro le pareti rosseultima modifica: 2015-11-10T15:50:15+01:00da capecchi
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