Ci sei nel mezzo

Un guscio improvviso di nebbia ci inghiotte. Glom. Ci risputa fuori cinque ore dopo, a notte fonda, masticati e fradici di swing. Abbiamo ballato su assi di legno lucide, sotto enormi lampadari di cristallo e aspettative forse sbilanciate rispetto al reale. Eravamo tutti in quel momento presi dentro l’illusione del ballo, degli ottoni e delle scarpe nuove: apparenze, fantasmi che inseguivamo, che volevamo veri lì e subito. Lo erano – a tratti. Le ballerine roteavano in abiti leggeri, i ballerini tendevano una mano o un sorriso e si cascava tutti dentro alla musica. Poche parole smozzicate sotto il palco, poche domande – solo una: balli? – e il luccicore dei fiati sotto le luci verdi a rendere tutto più esotico, africano. Non c’è un momento nella serata numero uno e nella serata numero due e nella serata numero tre in cui vorresti essere da un’altra parte; perché l’altra parte è lì, ci sei nel mezzo. Vivi più altrove in questi tre giorni che in un viaggio ai confini del mondo. Ti passano davanti zigomi altissimi di principesse russe, vichinghi rocciosi in completo elegante, ragazze dal cappello rosso e suonatori di clarinetto usciti fuori dalla Carnegie Hall dopo il concerto del 1938, 2760 posti tutti esauriti a due dollari e settantacinque a biglietto.  Un trombettista smilzo che è anche ballerino che è anche James Stewart ma più svagato, si muove dinoccolato in un ritmo di precipizio tutto in trentaduesimi. Non ha le ossa, credo. Ma dentro è fluido, perfettamente flessibile, magmatico: guardalo là come si capovolge e si rovescia. Fa cose che per un corpo umano normale non sono possibili; e le fa con quel modo lì un po’ casuale che, ancora una volta, fa pensare che quello in cui ti trovi è un altro posto, un’altra vita.

Abbiamo tutti alle spalle ore di ballo, stanze piene di sudore e maestre con le gambe lunghe lunghe; dai capelli spettinati e tuttavia d’una bellezza disarmante perché inconsapevole, giocosa. Abbiamo accumulato magliette bagnate e sbucciato banane. Ballato senza mai un rockstep o prolungando all’infinito un circle. Schiacciati dalla stanchezza e dalla fatica; eppure felici. Eppure di nuovo sulla pista, a mangiarsi la notte a furia di pestare il pavimento e scivolare gambe contro gambe in un unico infinito giro di lindy hop. Là dentro ci sei tu e ci sono quelli che conosci da sempre o da un po’ o da mai. Qualcuno sa tutto di te; e se non lo sa lo capisce dal colore del vestito che indossi, dalle parole che dici e da come hai guidato per arrivare fin lì. Essere tutti insieme, in questo momento e in questa musica, quelli che non sanno nulla e quelli che intravedono tutto compresi gli squallori e le meraviglie, è un modo strano di sentirsi sicuri: ti dà la sicurezza dell’invisibilità e quella opposta della leggibilità totale. Intanto i musicisti vanno come un treno, macinano chilometri come noi passi di danza. Oppure apparecchiano tè per due che fanno sorridere tutto il tempo. Ai più fortunati capita di sentirsi cantare Just squeeze me but please don’t tease me da una voce di Chet Baker nordico, buffo, strampalato, col cappello in testa e un sorriso da diciottenne. I musicisti ancora dietro; filano via dritti e precisi su rotaie metalliche. Sferragliano a tratti note grumose e sporche, grondanti gin, matita nera e New Orleans. È il momento di non fare tante discussioni e farsi agguantare dal primo sconosciuto che balli blues.

Come io mi sia lasciata acchiappare, dio mio, non lo so. Odio il blues. Da quando a Pistoia si viveva solo di quello e si suonava solo quello e si entrava nei locali e si diceva: “Noi si suona jazz, ci pigliate?”; e loro ci rispondevano sempre: “Sì ma blues lo fate?”; ecco, da allora odio il blues. Forse ho lasciato Pistoia per non sentire più il blues. Che era così: un mondo di pentatoniche e birre calde, fatto per ragazze con gli anfibi, le gambe scoperte e le camicie di flanella a scacchi. In quel mondo di batteristi belli ma sudati, con gli occhi blu e le bacchette facili, io c’ho sguazzato per anni come un pesce dentro al mare preferito. Ci sguazzavo suonando il sassofono dentro finti pub inglesi in finto legno inglese. Ci sguazzavo perché allora potevo indossare canottiere e non essere ridicola; o decrepita. E perché gli anni in cui si suona nei garage con le pareti di scatola delle uova sono quelli delle nostre stupide noncuranti giovinezze; i più belli, mentre noi non lo sappiamo. Forse è per questo che poi odiavo il blues. Tutti quegli anni in cui si doveva ancora diventare quello che si è adesso fanno un po’ male, ora, a ripensarci. Forse è per questo che ho strappato via il blues a forza. Ma, come si dice sempre, puoi tirare una ragazza fuori dal blues, ma non puoi tirare il blues fuori da una ragazza. E così: balliamo, adesso. Anche se del blues abbiamo una memoria antica, anche se non ci riesce, anche se non ti piace e si vede, anche se non è la nostra musica ma da qualche parte laggiù in fondo risuona un’eco slabbrata che arriva fin qui. Abbandoniamoci e facciamo finta che vent’anni non sono passati e che tutto è ancora come quando aprivi la custodia e dentro brillava un sassofono che sapeva di ferro e saliva e cuore. Eccolo allora, forse, il motivo per cui in queste lunghe notti swing tu finisci per ballare blues: balli qualcosa che non esiste più, con la struggente arroganza di riportarlo qui e insieme con la certezza che tutte le cose perdute fanno proprio come quel blues. Precipitano in una grotta fonda e scura ma lasciano un brandello sempre nascosto da qualche parte. Nudo, pulsante, vivo.

Ci sei nel mezzoultima modifica: 2018-02-12T21:31:12+01:00da capecchi
Reposta per primo quest’articolo

Un pensiero su “Ci sei nel mezzo

Lascia un commento