La fine dell’innocenza

Una che pesa molti chili meno di me e ha capito tutto su come funziona il mondo, la vita, il dolore e l’America, una volta ha scritto che “l’innocenza finisce quando veniamo privati dell’illusione di piacerci”. Io, invece, quand’è che abbiamo perso la nostra innocenza proprio non lo so.

Uno degli amici più senza parere preziosi che ho mi dice sempre che io credo a tutto. Vero. Me lo dice come ad accusarmi di un difetto (anche se sospetto che mi voglia in realtà molto bene proprio per questo, pur facendo finta di no). Comunque: io credo a tutto. Credo soprattutto alle parole, la più fallace e vaga delle costruzioni umane; la più labile. Ci credo se uno mi dice: scusami non ti ho avvertito prima che ero in città perché ho deciso di venire soltanto stanotte alle quattro; ma certo che ti scrivo, figurati; sì prof, da adesso faremo di tutto per dimostrare quanto ci teniamo; questa dieta funziona. Insomma io ci credo, sempre. Questo vuol dire che non ho ancora perso l’innocenza? Non lo so. Forse non ho perso la stupidità. Ammesso che stupidità e innocenza non si equivalgano.

Di sicuro però so quando abbiamo perso l’innocenza swing. Nel momento in cui una stanza nel nulla cosmico di Ponticella non ci è più sembrata una lucida sala da ballo coi lampadari di cristallo e i ballerini in tuxedo ma soltanto una spoglia saletta da domenica pomeriggio in parrocchia, ecco, allora è successo. Ci abbiamo riso su, ci siamo sentiti grandi, abbiamo scrollato le spalle; ma il retrogusto nella gola era amaro. Abbiamo perso quegli attimi in cui tutto era nuovo; e brillava; e noi brillavamo di stupore e incoscienza. Dio che brutto il tempo che passa. Che ferocia questi giorni che si stracciano via uno dietro l’altro e poi guardi di lato e vedi solo una lampada colorata di carta che a fine serata viene portata via.

La fine dell’innocenza è pericolosamente vicina a quando cominci a pensare come tua madre; e la gente, le persone, quell’accozzaglia indistinta e fastidiosa che a volte chiamiamo società ti sembra fatta di pupazzi o di arroganti o di idioti; e non ti riconosci più in nulla se non in te stessa e nelle persone che ami – sempre più spesso, sempre più spesso.

Eppure ti sembra che non tutto sia perduto se ancora non riesci a odiare la neve. La guardi giù che scende e chi se n’importa del disagio dei treni in ritardo della strada in poltiglia della vita adulta. Nevica! Non vedi come scendono quei fiocchi? E forse non tutto è perduto se ancora ti si strugge qualcosa dentro quando ti colpiscono all’improvviso fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo e fantasia, molecole d’acciaio, rabbia, guerra lampo e poesia. Sei lì che guidi e stai dicendo (urlando) parolacce al vecchio col cappello, al tizio che ti supera da destra, all’improvvido ciclista ed ecco che ti si blocca una lacrima a metà. Ti si riempie la testa di tutta una seria di immagini incoerenti di mare e d’America e d’approdo e di futuro. Forse davvero non tutto è perduto finché quelle parole lì suoneranno in quel modo lì, e finché, ancora, troverai qualcuno che ti dice: signor mozzo, io non vedo niente. C’è solo un po’ di nebbia che annuncia il sole. Andiamo avanti tranquillamente.

La fine dell’innocenzaultima modifica: 2018-03-02T12:07:19+01:00da capecchi
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