28/10/2004
Spigolature / 9. Sedici racconti più uno
Ecco.
Tre sono belli; ma belli molto e davvero. Per personaggi, linguaggio, struttura. Racconti veri, dove un protagonista ti entra in testa in primo luogo per il nome e poi per le sue manie e poi per tutta una serie di particolari che gli fanno da sfondo e poi, certo, per il finale che non prevedevi. Racconti apocalittici dove un deflagrare di pezzi di muro e carne e ossa e vetri e grumi di materia viene così perfettamente organizzato da capire che dietro c'è qualcuno che pensa e sa disporre come si deve i pezzi di una storia. Racconti di scene limpide ed elegantemente perfette, come un incubo da svegli. Con persone algide, crudeli; indifferenti quanto un'agave immota sul bordo di una piscina. Con parole-diamanti aguzzi che incidono sagome impeccabili contro la trasparenza del vetro.
Si trovano in giro alcune piacevolezze. Ad esempio certi buffi personaggi coniglieschi che fanno sorridere e portano una tenerezza sincera. O lampi poetici scritti da due di quattro mani, che sciolgono rimembranze bambine e malinconiche suggestioni urbane. Qualche guizzo notevole negli scritti visionari di chi ha un'età per stare ancora dietro a un banco; e allora ben venga, che scriva e che continui, perché magari fra qualche anno chissà. Poi il viaggio del sole, tortuoso e semplice insieme.
Non mancano cose detestabili e financo un po' patetiche: i giovanilismi d'accatto, tutti un rutto e casse di birra e appartamentacci da nullafacenti coi capelli rasta e la canna penzoloni dal labbro e tutto un ammucchiarsi indistinto di voci e carni. Di più detestabile di questo c'è solo, in effetti, quando tutto ciò accade nella vita e non in una pagina scritta. Dilagano momenti imbarazzanti: laddove "palpitano" "cazzi" e "cosce" e umori vari e poi, szzzzzzzzzut, uno tira fuori un coltello e qualcuno crepa in mezzo al proprio sperma. Sopravvivacchiano, in modo abbastanza irritante, i quasi mai riusciti tentativi d'umorismo, in un deserto di trame e strutture.
Per il resto: acqua fresca che scivola e non si lascia ricordare.
[Sbagliavo. Ce n'è uno che è tornato a galla. Insinuandosi con millimetrica precisione nelle pieghe della quotidianità. Perchè di questo è fatto quel racconto: l'ossessiva ripetitività di tutte le famiglie normali, che riciclano le stesse frasi memorie facce cene. Inutile e pesante tutta la pappardella iniziale, è vero, ma agghiacciante tutto il resto, nella quieta malinconia domestica che ti resta appiccicata addosso; e in quel linguaggio che sceneggia il nulla del reale.]
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23/10/2003
Spigolature / 8. L'azzurro immobile e sfuggente di Simenon
La camera azzurra di Simenon (Adelphi, 2003) mi ha provocato fin da subito una fascinazione strana. Il senso di incantamento fantastico m’ha come paralizzato per tutta la lettura e davvero non saprei spiegarne bene il perché. Di certo, però, è lo stesso senso che tiene avvinto per tutta la durata del romanzo anche il protagonista.
La storia parrebbe semplice, un classico noir con marito-moglie-amante e inevitabili morti ammazzati: Tony, marito della bionda e diafana Gisèle, ha una relazione con Andrée, capelli scuri e corpo opulento. Ed è Tony che, incalzato da giudici istruttori, psichiatri e avvocati, racconta con calma spaventevole la storia sua con Andrèe - via un ricordo che man mano si reinventa.
Quello che in assoluto più colpisce è il lasciarsi vivere di Tony, stolido animalesco automa senza nessuna apparente capacità di decidere. Quando fa l’amore per la prima volta con Andrée “era stata lei ad alzarsi la gonna fino al ventre […], era stata lei a possederlo”. Tony la rovescia in un viottolo fra le ortiche solo perché lei gli dice “Scopami, Tony!” e non sa bene perché continua a vederla nella camera azzurra, non sa se la ama, se ama invece sua moglie o se l’ha mai amata (“Non me lo sono mai chiesto”), infine smette di vederla ma senza averci veramente mai pensato (“Non avevo nessun piano preciso”). Una vita a caso, si potrebbe dire. Che trascorre anche per il lettore fra il reale e l’irreale: nella prima pagina, di fronte ad Andrée nuda divaricata sul letto, Tony sente che “in quel momento tutto era vero […]. E non solo era vero, ma era anche reale”. Eppure, più avanti, in tribunale, Tony risponde meccanicamente alle domande su di sé, su di lei e sui loro incontri e pensa: “Non era una cosa reale. Non c’era niente di reale nella camera azzurra”. Il lettore è così spiazzato, diviso fra ciò che davvero è accaduto e ciò che non lo è; fra come è accaduto e come è rivissuto. Accompagnato per tutto il romanzo dal continuo, ossessivo ripensare di Tony all’ultimo dialogo con Andrèe, quelle pacate ma precise domande di lei, che nella memoria assumono ogni volta valenza diversa, deformandosi da banalità scambiate dopo l’amore in orribile, inequivocabile mostruosità: “Ti piacerebbe passare con me il resto della tua vita?” - aveva chiesto lei - “Certo…” - aveva risposto lui, ma distrattamente.
Tutto è avvolto da questo senso di realtà immobile eppure sfuggente, ingannevole, casuale. Lo sfondo del quieto paesino francese in cui tutti sanno tutto di tutti eppur tacciono è adeguato allo sgomento attonito di lui. La moglie triste e rassegnata è compagna ideale. Le vacanze marine di marito, moglie e figlioletta scorrono con malinconica e insopportabile abitudinarietà. Le lettere brevi e laconiche che lui nega di aver mai ricevuto dall’amante risuonano perentorie, sinistre, definitive. E intanto il lettore si sforza di capire. Tony, Andrèe, la camera azzurra: il processo sembra spiegarli e mostrarli a chi legge - e a chi legge, come alla gente in genere, “piace pensare che tutti agiscano sempre per una ragione precisa”, anche quando tale ragione manca.
Cos’è che incanta tanto, in questo romanzo dalla scrittura ferma e nitida come incisa da un punteruolo, non lo so. Di certo, non il senso appagante di una risposta o di un perché che facciano capire da quale parte stare. Anzi, affascina e terrorizza proprio l’assoluta gratuità del tutto. E resti inchiodato lì, col libro fra le mani, lo sguardo fisso e come vuoto - pensi a quanto l’assenza agghiacciante di un qualsiasi perché porti, a volte, dritto in certe camere azzurre di provincia. Quasi senza che tu te ne accorga.
[Questa spigolatura la trovate anche nella bella Blog Review of Books di Granieri]
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16/10/2003
Spigolature / 7. Le budella di Palahniuk - ripresa
Avvertenza numero 1
Occhio, perché si parla per esteso di racconto inedito del signor Palahniuk. Chi dunque aspettasse di leggerselo pubblicato e non volesse sciuparsi la sorpresa, non si addentri nel seguente scritto, dove si spiattella nient’altro che un riassunto bello e buono di Guts. Ma chi fosse incuriosito dal motivo degli svenimenti (veri o presunti) verificatisi agli incontri con l’autore i giorni 30 settembre e 1 ottobre 2003 alla Feltrinelli di Bologna e di Milano quando tale racconto è stato letto ai presenti, allora vada pure avanti.
Avvertenza numero 2
Se passassero di qui: i miei genitori, i miei alunni, i genitori dei miei alunni, la Preside e tutte le signorine timorate di Dio, ecco, sarebbe meglio che andassero da qualche altra parte; non so: a guardare, per esempio, le farfalle che volteggiano nei prati, o le nuvole bianche e leggere che punteggiano il cielo autunnale.
Per tutti gli altri, ebbene, ehm
Il racconto è scritto in prima persona da un ragazzetto quattordicenne. Parte subito alla grande, soffermandosi con dovizia di dettagli sulle pratiche masturbatorie di un coetaneo amico, amante particolare di sollecitazioni anali, ricercate, nella fattispecie, in carote doverosamente cesellate e spennellate di vasellina in punta, perché possano assumere il necessario coefficiente di stondatura e sguiscevolezza. L’esplorazione perineale, iniziata con quel tanto di dolore che forse poteva poi in effetti essere superabile e sfociare in piacere, viene brutalmente interrotta dal richiamo di mammà: “E’ pronta la cenaaa!”. Il ragazzo avvolge così la nauseante carota in un cartoccio di vestiti, la nasconde sotto il letto e per il resto del suoi allegri natali in famiglia si chiede turbato che fine abbia fatto lo strano involtino, sparito per sempre e mai più ritrovato - sepolto forse nella coscienza bucherellata della madre.
Poi c’è un secondo amico. Egli, altresì amante di pratiche erotiche onanistiche, viene a conoscenza di luminose e lisce asticelle in metallo, ritenute dagli arabi insuperabili. Insuperabili se inserite nel condotto uretrale prima di prodigarsi in manualità private e specialissime. Questo secondo amico allora non si dà pace: vuole verificare. Pensa e ripensa a una possibile sostituzione delle asticelle con qualcos’altro. Penne, matite, carote di cui sopra, frutta e verdura varia. Ma niente, come è facile capire, fa al suo scabroso caso. Poi vede una candela; e pensa alla cera; e capisce che l’asticella può modellarsela da sé; sottile sottile sottile e lunga quanto basta. Un genio. Riscalda, scioglie, impasta, modella. Ottiene un perfetto strumento di tortura e delizia che già pregusta scendere dentro il suo pene. Infatti poi è là dentro che lo spinge, con un dolore fino e curioso - come in attesa. L’espletamento dell’agognata sega pluriquotidiana rivela ben presto tutta l’infinita sapienza araba. Eppure. Eppure qualcosa va storto; o meglio, qualcosa sparisce. Il ragazzo si accorge in dirittura d’arrivo che l’asticella non c’è: sparita, scomparsa, inesistente. Mah, chissà, pazienza. Ma la sera stessa il ragazzo sta male: la pancia gli duole e si sente strano. Beh, tempo poco è all’ospedale: la cera è penetrata dall’uretra nella vescica, dove ha creato una specie di palla che assorbe sali minerali e insomma, via, tutta l’urina possibile; e lì dentro vive, s’ingrandisce, ammorba e avvelena quel che c’è da avvelenare, mangia e incrosta e sgretola pareti interne; allora all’ospedale si fa quel che si può, che non è poi granché. Si prova a operare, si salva il ragazzo, ma alfine egli resta un menomato con lo stomaco inutile, che può ingurgitare quasi nulla, per tutta la sua vita. E tutto questo non sarebbe nemmeno così terribile, se egli non avesse dovuto raccontare l’imbarazzante dinamica del fatto ai poveri raccapricciati genitori.
Poi c’è il ragazzo numero tre, che è il narratore stesso. Lui sì che è un tipo davvero eccezionale, eh. Degno amico di degni compari. Lui infatti fa il “cacciatore di perle” nella piscina di casa sua. Che poi vorrebbe dire titillarselo, menarselo e isomma quelle cose lì, ma sott’acqua. Anzi esplodere di sperma seduto sul fondo della piscina. Da dove vedere le sue piccole, sfilettate, bianche perle vagare libere nell’acqua. Da dove acchiapparle, quelle scivolose perle, andando appunto a caccia qua e là, per raccoglierle tutte e non rischiar così d’ingravidare per sbaglio e orrore la sorellina minore, gentile bagnante della medesima piscina. Ma fin qui tutto è bello, normale e rilucente di perline bianche e natanti - nulla di abnorme, dopo tutto. Poi però il nostro amico ci racconta di quella volta che. Sempre aduso all’acquorea masturbazione, si era sistemato con il suo giovane culo proprio ben bene sopra alla ventola di aspirazione della piscina. E così s’accarezzava, e così si trastullava, godendo di quel frizzante solletico proprio preciso nel punto più sensibile del corpo; una sega con risucchio posteriore, si direbbe. Un piacevole vortice aspirante piazzato sotto al culo, a raddoppiare il piacere e rendere la successiva desiderata caccia ancora più pazzesca. Adoprandosi con mano e ventola retrostante, il ragazzo facilmente arriva al punto; sta quasi per spruzzare via le sue amate bigliette bianche che è il momento della risalita dal fondo della piscina alla superficie. Così, prima di concludere, si dà una spinta verso l’alto per finalmente venire gioiosamente mentre risale. Però. Accidenti, resta come bloccato. Qualcosa lo trattiene. Comincia a strattonare di più, a tirare, a spingere, ma no. Forse il costumino impigliato da qualche parte. Tira e ritira, forte, ma non c’è verso. Si gira allora a vedere cosa. E’ qui che alcuni hanno cominciato a cascar giù per terra. Perché quello che il ragazzo vede dietro di sé, sotto il suo culo, avvinghiato alla griglia d’aspirazione sul fondo, è una specie di impasto sanguinolento e spugnoso, arrotolato e divincolantesi come serpente marino, ribollente di filamenti di colore vario, una cosa mostruosa appallata e scura, rossa, marrone - come viva. Con dentro anche qualcosa di molto rassomigliante a piccole pastiglie blu che il ragazzo, si ricorda, ha ingerito dopo pranzo. E questo mostro vivo di spugna e sangue e merda sparisce dentro la ventola spargendo filamenti rossastri e osceni tutto intorno, mentre il ragazzo ancora non capisce, e pensa a un cane morto o a chissà cosa finito dentro alla piscina. Quando alfine capisce che trattasi di prolasso del suo proprio intestino, aspirato con forza dalla griglia di areazione - mentre intanto i due o tre si rialzano da terra - egli comincia a vagliare piuttosto lucidamente le possibili soluzioni al problema. Tutte parimenti esecrabili. In questo impasto di budella spermatiche e sanguinanti io mi fermo. Perché almeno la soluzione scelta dall’eroe non ve la voglio sciupare con le mie parole. Ché vi piacerà scoprirla da voi, prima o poi e non so come. Certamente - mi auguro - non sul fondo di una piscina.
Ora, alla fine di tutto questo: se sia stata una pagina di vera letteratura, quella di Palahniuk, io proprio non lo so. Però mi sono divertita; e mi son sentita più volte scomoda sulla sedia - il che in questi tempi di noia è già assai.
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09/10/2003
Spigolature / 6. Tommaso Landolfi racconta
Io amo Tommaso Landolfi in modo dissennato e un po’ morboso - che poi secondo me è l’unico modo giusto per amarlo. Il piccolo libretto titolato Tre racconti (Adelphi, 1998) unisce le storie di tre donne e di tre uomini. Dove l’amore balena d’intangibilità. O d’inaudita e lucida crudeltà. O di estenuante autunnale malinconia. D’impossibilità - sempre.
La muta è il racconto più spietato. Di una quindicenne muta, appunto, dalla bellezza “terribile, insonsapevole”. Un uomo di cui sappiamo niente ci racconta i fatti, che vanno dall’iniziale semplice osservazione di questa giovinetta luminosa all’ossessione sfrenata del possesso. Come per ricordare a se stesso, l’uomo parla; più che altro nel tentativo (vano) di capirsi. Ed il lettore non può che provare un inevitabile orrore; orrore gelido, freddo; perfetto com’è perfetta la fanciulla, tanto più perché menomata nella parola: “se una perfezione per eccesso è genericamente oppressiva, una per difetto è di sua natura angosciosa, intollerabile”. Insomma impossibile da sopportare. Necessità vuole che l’uomo, in modo subitaneo e definitivo, sappia cosa fare; ma il rimedio scelto rivelerà la sua completa inutilità.
Mano rubata potrebbe per me vivere solo del nome scelto per la protagonista: Gisa. Si tratta di una donna così bella che “averla nuda davanti e poi spregiarla era probabilmente ciò che ciascuno punto per punto vagheggiava”. Il giovane e sciocco Marcello la vuole anche lui nuda; e la vuole per sé, tanto da progettare una ridicola sfida a poker il cui pagamento per i perdenti sarà lo sfilarsi via gli abiti di fronte agli altri. La chiusa del racconto dovrebbe segnare un inizio, ossia l’alba di due giovani innamorati che si son strappati di dosso l’orgoglio; invece ci lascia un senso inesorabile di fine - i due giovani belli, fragili e malinconici che non riescono ad essere sul serio felici, vorrebbero vivere una vita “a caso” e si abbandonano estenuati e vaghi alla città, mentre noi già sappiamo che un giorno uno dei due dirà: “E’ finita”.
Gli sguardi sprigiona un sapore dolciastro, come di andato a male, come un Natale passato con persone che in realtà non ami, pur di non stare solo. Leggi qui le parole parallele, le pagine di diario di due che si sono incontrati: lei è una magra “ragazza qualunque”, che lavora nel bar di suo padre; lui è un uomo infelice, con “una traccia di pensiero sulla fronte”. Leggerli entrambi, l’uno dopo l’altro, l’uno sull’altro, è smuovere l’angoscia sottile del quotidiano, è sentire sui polpastrelli la loro assoluta impossibilità di capirsi, l’irrevocabile solitudine di chiunque: due che non sanno parlarsi o lo fanno a strappi e non puoi che soffrire per come non si sono incontrati veramente mai.
Ma quello che tocca sopra tutto, in Landolfi, è la crudeltà. Che è crudeltà generale, verso se stesso e verso l’umanità; ma che in particolare si accanisce sulla donna. Quel bisogno di umiliarla, di straziarla, di renderla ferita, svergognarla. Turba, Landolfi, quando lo leggi. Anche se qui manca il suo inquietante e orrido bestiario, turba lo stesso. Perché la reiterata, insistita volontà di umiliare l’altro trabocca e t’arriva addosso. Come se lui facesse questo anche a te. E infatti un po’ lo fa a te: ti fa sentire carne nuda e offesa. Lui fa dire dai suoi personaggi cose tipo: “appariva difficile resistere al desiderio di soggiogarla, o, chissà, di umiliarla in ciò che più le cuoceva. Nel suo sesso medesimo” eppure tu, mentre lo leggi, sai che comunque lo ami. Non puoi farne a meno: per questo sei ferita anche tu. Straziata pure tu, incisa, avvolta in un sudario rosso di sangue e di osceno possesso. Landolfi è cattivo, è crudele; ed è morbosamente elegante: è questo il punto. Landolfi è un uomo disperato che usa le belle parole come lamette sopra la carne. A sezionare e scarnificare; sempre con una lingua accurata, antica, difficile, che batte precisa e inaspettata, come sulla radice scoperta di un nervo.
Nella sua vita pare avesse difficoltà a scindere la realtà dalla letteratura. Molta difficoltà. Si potrebbe ricamare parecchio, sul suo isolamento e sulla sua passione per il gioco e per i tuguri. Ma non lo faremo. Diremo però che fa paura leggerlo e sapere che per lui la vera vita era quella scritta; mentre insieme aveva anche la consapevolezza della falsità di essa: “Niente di quello che ho detto è vero. Non perché non sia vero ma perché l’ho detto”, scrive nel primo racconto.
E poi fa anche impressione che il volumetto, come molte delle sue opere, siano a cura della figlia Idolina. M’interrogo sullo sgomento e sull’amore gratuito di questa figlia, che prende il proprio padre e per averlo accanto lo disseziona, svelandone anche ciò che fa male, il suo distacco da lei e dalla famiglia; l’incapacità di vivere una vita come tutti, squallida ma meno inutilmente lacerata. Idolina apre i libri del padre e ce lo spiega - cerca di farlo - perché almeno se lo tiene lì, vicino. Quando ne parla lo chiama “l’autore” e tu sai che invece è suo padre; e la crudeltà di questo scrittore solitario e a lungo incompreso non ti si rivela più terribile se non così: postuma.
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18/09/2003
Spigolature / 5. Il giovane vecchio corpo di Kureishi
Subito una cosa. Tu compri il libro con copertina nera edito da Bompiani nel giugno 2003. Non lo apri. Non leggi né la quarta di copertina né l’indice né la prima pagina. Fuori c’è scritto Il corpo. Le pagine sono 335. Poi inizi a leggerlo, dalla pagina 7 dove comincia il capitolo I. Vai avanti; e insomma sei contenta perché il libro ti piace e stai andando di gran lena, hai rotto il fiato, sei intorno a pagina 200, ben oltre la metà, e ti pregusti e t’immagini che debba accadere ancora chissà che. Poi arrivi a pagina 204: il romanzo è finito. Da lì infatti iniziano sette racconti - ma tu prima non te n’eri accorta. Sei un’idiota, una stupida, una deficiente, ma non te n’eri accorta. Se tu avessi dato un’occhiata alla prima pagina avresti letto: Hanif Kureishi, Il corpo e sette racconti. Però ormai è fatta. E tu hai letto quelle 204 pagine pensando che ne mancassero 131. La tua lettura è stata completamente falsata. Infatti alla fine il romanzo non t’è piaciuto - anche se mentre lo leggevi ti piaceva. Ma dove sono le tue 131 pagine?
Adam è uno scrittore cinquantenne che ha la possibilità di cambiare il suo corpo con uno di un giovane trentenne bello e sano. Lo fa. Mica perché sia esattamente scontento della sua vita. Macché. Quando lo fa sceglie di farlo a tempo, per sei mesi, per poi ritornarsene indisturbato nel suo vecchio corpo. Ha una moglie che ama di un amore lungo e tenero, ha un figlio, un lavoro interessante ed è conosciuto, stimato, persino desiderato. Ma butta tutto e sceglie la gioventù - magari le cose non andranno proprio come credeva o magari sì. Intanto quello che adesso si chiama Leo si riprende il suo vigore sessuale e lo usa. Gira per l’Europa e riflette e scopicchia qua e là. Anche con la grassa insopportabile Patricia, ultrafemminista dispotica che gestisce un Centro spirituale per donne esaurite, in Grecia, e odora di tappeti orientali di poco prezzo. Il giovane vigoroso Leo incontra pure la moglie del vecchio Adam - che poi è la sua - e vede la sua casa come la casa di un altro - che però è lui. Ma, insomma, Pirandello e altri l’hanno scoperto prima di Kureishi: “fuori della legge e fuori di quelle particolarità, liete o tristi che sieno, per cui noi siamo noi, caro signor Pascal, non è possibile vivere”.
Il romanzo infine è da leggersi; perché emana un certo qual gelo - infatti è un’analisi lucida e spietata di sé, vissuta dentro al corpo di un altro uomo morto e non a caso ibernato. Non ti fa sentire a tuo agio. Ti senti “scomodo” - come direbbero i miei alunni americani sbagliando nella traduzione dall’inglese all’italiano. Eppure qui l’inesattezza lessicale ci starebbe tutta: perché è proprio l’idea di scomodità che prende sostanza in tutto il romanzo. Come uno che legge e intanto si divincola sulla sedia passando il dito indice dentro al colletto della camicia.
E poi, diamine, le 131 pagine mancanti. Che forse invece, a pensarci meglio, affacciarsi a quel buco di pagine è l’unico modo corretto per leggere il libro: arrivare alla fine e sentire che manca qualcosa. Adam è due uomini. Anzi, è mezzo. Anzi, è un uomo meno 131 pagine che non esistono. E si sente.
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28/08/2003
Spigolature / 4. Della Oggero, di bestie ferite e di strani scambi
Giovedì, tempo di spigolar. Ma, non so perché, mi sento un po’ strana. Quasi la spigolatura non fosse mia. Vabbe’. Sarà mica di Nicola-GiallodiVino? Eh, sì, dev’essere sua. Chissà quando l’ha scritta, poi - che è sempre in giro per ristoranti.
A Torino, se uno ci passa e si ferma, non può fare a meno di andare a cena alle Tre Galline o all’Agrifoglio. Posti che se vai da solo e chiedi una bottiglia di Barbera, quella giusta, non una mezza, ma un’intera, non ti guardano male. Anzi. Ti cuciono addosso un giudizio diverso, positivo. E te lo senti sulla pelle.
Mentre leggi Una piccola bestia ferita di Margherita Oggero, pensi che siano proprio quelli i posti che la profia, la professoressa protagonista dei suoi romanzi, frequenti la sera, in compagnia di Renzo, il marito, Gaetano, il commissario della omicidi, e di quell’accolita di amici e colleghi con i quali va a gozzovigliare al sabato, se non ha a che fare con morti ammazzati o sequestri. Adunate con cene luculliane: “quattro agnolotti del plin e quattro panisse, come secondo stinco arrosto e flan di porri per tutti”.
Sarà pure una profia con l’aria vecchiotta, la Margherita. Una che ha annusato l’intonaco delle aule, e l’odore di gessetto bianco misto a cancellino da una vita, una che è parte integrante dell’arredamento scolastico insieme alle carte geografiche di una volta, quelle con Abruzzi e Molise, regione unica. Sarà pure tutto questo, e comunque solo fino alla foto che sta in quarta di copertina. Perchè poi quando comincia a scrivere, il registro cambia. E lei scivola via leggera (à la Calvino), pungente, “modernissima” e con un’attenzione ai dettagli e alla psicologia dei personaggi - quindi al modo di vivere e sentire di uomini e donne - che della nonnetta che fa ripetizioni di italiano, per arrotondare la magra pensione, non ha nulla. La sua professoressa prende profili differenti, sempre vivi, a seconda che la Oggero ce la mostri in prima o in terza persona. “Lei racconta e racconta bene. Forse ha scelto di fare la profia di lettere, proprio per poter raccontare, per trascinare altri nella rete delle sue parole, per vederli e sentirli attenti mentre aspettano di conoscere quale sia la fine”. La Oggero lo dice della protagonista ma potrebbe dirlo di sè stessa. Sosteneva Luigi Pirandello che “la vita o la si vive o la si scrive”. Una professoressa, piemontese o meno, ha magazzini interi di “ispirazioni” nel caso in cui decidesse di abbandonare la vita vissuta per quella da scrivere. E non storie e vicende da tagliuzzare, dopo averle osservate da sopra la pedana, seduti alla cattedra, ma quell’attitudine e abitudine allo scandaglio dell’animo umano (sia pure solo quello giovane) che i bravi professori non possono non fare. E che li mette sullo stesso piano di altri grandi conoscitori di anime: carabinieri, preti e puttane che ascoltano, osservano, restano fermi e vedono passare, sotto al naso, il mondo.
La storia è semplice: un sequestro di persona e un omicidio. Bisogna scoprire chi è stato. La rapita, giovanissima, viziata e bella vicina di casa, Karim Levrone. “Un fisico minuto e agile da ballerina di hip-hop, una testa ben scolpita, bella pelle, bel viso”. Le quinte sono i quartieri di Torino, le aule di una scuola, ma soprattutto casa della professoressa. Un commissariato degli affetti, dove il marito Renzo fa la figura del brigadiere taciturno, geloso e comprensivo e la figlia, Livietta, quello della giovane agente, rompiscatole. Tra i libri, le poesie di Emily Dickinson e un numero imprecisato di caffè offerti ai parenti della vittima, il fratello Christian, in primis, si viene sciogliendo il nodo del mistero. “Alla quotidiana ineliminabile routine di pura sopravvivenza si è aggiunto il coinvolgimento nel giallo Karin-Gigi e i relativi strascichi. Bastava starne fuori, non lasciarsi tirare per la manica, al massimo scambiare qualche ovvietà con chi proprio vuole parlarne. Ma tutto è cominciato con le ripetizioni a Christian e, prima ancora, col suo odore di infelicità”.
La Oggero è ancora in forma, forse non come nel primo romanzo, (La collega tatuata, e il primo amore non si scorda), ma riesce ancora a tenere incollato il lettore alle pagine. E senza bisogno di un colpo di scena dopo l’altro. Il mestiere della scrittura è forse il segreto più importante. Nelle ultime pagine - proprio a voler essere pignoli - il romanzo subisce un’accelerazione improvvisa, forse eccessiva. Ma insomma fa niente.
(di GiallodiVino)
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24/07/2003
Spigolature / 3. Philip Roth: nel corpo la storia della vita
Non è che uno legge L’animale morente di Philip Roth, poi lo chiude e si sente sereno. Perché insomma capisce che, sì, la vita è tutta carne da macello. Questo è: un’ossessione sfrenata per scongiurare il deperimento, la decadenza, il cascame della pelle e delle ossa, la carne che verrà macellata e maciullata. E David Kepesh, professore di Practical criticism, dal “glamour intellettuale e giornalistico”, ha vissuto per sessantadue anni di regole fisse e trucchi che gli hanno permesso proprio di aggirarla, la morte. Con il sesso, la lussuria, i festini con studentesse che gli anni Sessanta avevano reso libere e naturalmente ribelli, senza l’ipocrisia di chi dopo le avrebbe replicate. David sa; sa che “il sesso è anche la vendetta sulla morte” ma che, nello stesso tempo “ha un potere limitato”. Ha vissuto sessantadue anni così, sapendo che il “come ti chiami, che libri leggi, andiamo a quella bella mostra di quadri” è tutta una noiosa commedia che legittima il successivo strapparsi di dosso vestiti e gettarsi sulle altrui carni. David sa questo e lo sa anche quando incontra la ventiquattrenne Consuela, la studentessa cubana dai “seni prepotenti, bellissimi”. Eppure qualcosa di diverso accade: è la vecchiaia, è il fatto che “prima non avevo mai avuto sessantadue anni”; è che a un certo momento, con Consuela, scatta quello che David chiama “ il morso a vuoto. La reazione del morso. Il morso con cui la vita reagisce”. Tutto allora precipita, diventa gelosia, incertezza, paura, strazio di perderla anche quando lei è lì, sotto di lui, nuda. E’ lo “strazio di essere vecchio, ma in un modo nuovo”. David sa bene che l’amore, contrariamente ai platonismi rimaneggiati nei discorsi di tutti, non unisce un beato cazzo di nessuno: l’amore divide, “l’amore ti spezza. Tu sei intero poi ti apri in due”. Lo capisce, lo sente, lo vive. Allora dovrebbe fuggire per rimanere intero. Ma. Il morso a vuoto, la reazione, lo scatto. Dunque non c’è null’altro da fare, per David, se non scopare Consuelo e suonare il piano. E arrendersi alle paure, alle vertigini, alle smanie, infine alle leggi che, per la prima volta da che è nato, non sono in alcun modo dettate da lui. Ma dalla vita, come per tutti.
(Sul “Foglio” di gennaio, da leggere quello che scrive Marina Terragni sul romanzo)
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10/07/2003
Spigolature /2. Il distante ieri della Kristof
Ieri, di Agota Kristof , Torino, Einaudi, 1997. E’ un libro scarno e nudo, anche a tenerlo fra le mani, nelle sue 92 pagine. L’ungherese trapiantata in Svizzera Kristof racconta di Tobias, strappato alla vita e a sé, figlio di una madre che fa la puttana per vivere. Tobias cresce pensando di averla accoltellata insieme a uno dei tanti amanti – suo padre. Matricida e patricida solo nell’animo, dunque, Tobias fugge dal suo “villaggio senza nome” e vive lontano, esiliato, solo, con l’identità altra di Sandor, operaio di fabbrica schiacciato dalla ripetitività grigia delle giornate. Ma Tobias ha la scrittura. E Tobias ha Line. Che poi forse coincidono. Perchè Tobias scrive di sé e sogna di lei, delle scardinate speranze di rivederla – Line, figlia del suo stesso padre, sorellastra, piccola compagna di banco nel suo vecchio remoto paese. Quando Tobias scrive lo fa in una lingua non sua, quella del posto estraneo che l’ha assorbito, ricopiando la sera in un quaderno ciò che ha scritto di giorno nella sua testa - il perturbamento e l’allucinazione di vivere senza di lei. Negli incubi narrativi di Tobias si accavallano tigri, musiche, uccelli morti – emblemi dell’assurda estraneità del vivere, che è la condizione esistenziale del protagonista. Sopra tutto, poi, c’è Line: “Si chiama Line, è la mia donna, il mio amore, la mia vita. Non l’ho mai vista”. Invece l’ha vista, ma quindici anni prima, e un giorno, quindici anni dopo, Line arriva. Sale sull’autobus, come dal nulla, una mattina qualunque di un giorno qualunque nella vita d’operaio di Tobias. Tobias la riconosce, la “Line reale” seduta pochi posti avanti a lui. Non c’è scarto col passato. Tobias continua ad amarla come l’amava, come se lei avesse sempre dovuto arrivare, come se tutta la vita precedente non fosse stata che una preparazione al presente. L’amore con Line esisteva, esiste ed è assoluto. “Senza di te, tutto mi è indifferente”. Con la stessa continuità scrive, non più le sue storie bizzarre e a lui stesso sconosciute, ma poesie per Line, nella sua lingua materna – il perfetto ritrovamento di un pezzo di sé, nella carne e nelle parole. L’amore tra Tobias e Line si snoda fra sfondi di neve e di fabbrica, con i profili essenziali, mediocri e disperati di chi li circonda. Un amore ruvido e per questo puro. Vissuto e narrato allo stesso modo, con le parole di chi prima è stato niente e adesso è tutto. Un amore tagliente come scheggia di pietra e sofferente come brandello di carne lacerata. Un amore di riconoscimento e inappartenenza, insieme. Che è poi la cifra stilistica della scrittrice: parole dritte e facili, in cui pare riconoscersi, ma che risuonano nella pagina con un distacco impressionante, lontanissimo, irrecuperabile. Imprendibile e comune a tutti come uno ieri pieno di sole e vento – ma finito.
09:50 Scritto da: capecchi in spigolature | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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03/07/2003
Spigolature 1/. I misfatti della Oates
Di giovedì - non necessariamente ogni giovedì ma sempre di giovedì - uscirà la rubrica Spigolature, piccole personali interpretazioni di libri letti o riletti.
Si comincia da oggi con Joyce Carol Oates, Misfatti. Racconti di trasgressione, Milano, Bompiani, 2003. Il volume raccoglie 21 racconti (già pubblicati in riviste e antologie) divisi in tre sezioni. Sono storie americane di perversioni, violenze, orrori domestici, solitudini voraci, narrate spesso da voci femminili. Ci sono brutte cameriere di squallide tavole calde che ingurgitano gli avanzi schifosi dei clienti. Ci sono madri che abbandonano senza perché le loro figlie e ragazzini che uccidono per esistere e mostrare di essere vivi. Sbattiamo il muso in armi lucenti, macchine veloci, corpi sudati, sangue che gronda, denti che s’inarcano in sorrisi freddi, droghe. C’è la follia, il sesso, l’amore, l’ossessione, il mistero, la morte. Campi silenziosi e caldi d’estate, viaggi in Greyhound attraverso l’America, piccoli paesi di provincia e grandi città con grandi strade. Racconti che potrebbero essere eccessivi per i loro temi esagerati ed extra-ordinari, diventano ancora più efficaci perché scritti con una mano lucida e poco carica, che li rende invece spaventosamente ordinari, inseriti nel normale svolgersi delle cose. Quello che poteva essere un pasticcio di astruserie goticheggianti risulta, invece, una disanima spietata e implacabile dell’animo umano. Le storture dell’uomo si nascondono ovunque, nella pagine della Oates, e lasciano il lettore per lo più con un indefinito senso di disagio e insieme con l’impellente bisogno di concludere il racconto per avere risposte - che o non si hanno oppure disattendono le banali aspettative. Addosso restano appiccicati gli odori, che la Oates dissemina ovunque, mettendo il lettore nel mezzo della vicenda, facendogli allargare le narici, per sentire per davvero “puzza di grasso, di fumo di sigarette e di qualcosa di dolciastro”, l’“odore di terra fredda e umida. Foglie marce, terriccio”, “Maglie di flanella macchiate che odoravano di fienile”.
15:40 Scritto da: capecchi in spigolature | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | OKNOtizie |
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