Una città inchiodata nel tempo

 

porte.jpgArrivi di notte e per quanto ne sai potresti essere a Tangeri, Baghdad, Timbuctu. Colpa del vento; fortissimo. Ma anche delle luci opalescenti là in fondo oltre gli aerei e soprattutto dell’odore inavvertito di terra bruciata che sale su per il naso. Poi c’è la corsa in taxi con gli ulivi fuori. E intorno la città di pietre e d’ombre gialle che s’arrampicano per i muri, grossi. Gente fuori seduta ai tavolini; bicchieri di vino; echi di voci. Quando entri in casa t’assale un freddo antico. Ci sono luci negli angoli, stoffe arancioni sul letto, porte scure e molto bianco. Molto legno consumato dal tempo. E’ bello e strano svegliarsi per il tuo compleanno in un posto che non conosci e a stento ricordi. La piccola riccia arriva ed è sempre piccola e sempre riccia, come l’avevi lasciata quasi sei anni fa in Vermont. Però è ancora più bella; e buffa. Te la senti accanto mentre stai lì a parlare di quel regista che ti fa piangere sempre e mentre gli occhi della Nina son laggiù che ti guardano buoni e zitti per ventiquattro ininterrotti minuti di parole. Festeggi sentendolo anche tu a mezza gola, l’ovosodo di cui stai raccontando agli altri. Ti senti un caldo dentro che non provavi da tempo ma certo non è solo merito del primitivo; e neppure della tria. Stai bene, ti trovi in un posto che per qualche ragione ignota è quello di cui avevi bisogno adesso: un tetto fra i tetti, delle sdraio in mezzo ai gerani, una quantità degna di ricordi, torte fatte a mano per colazione e finestre verniciate di rosso. Che meraviglia brindare con vino bianco e seppie ripiene, soffiare sopra al solito piatto di orecchiette al pomodoro per la Nina e sentire in sottofondo una voce che bilancia in modo perfetto l’entusiasmo della festa con lo struggimento: canta Fossati e non senti bene le parole ma solo quel graffio sul microfono da uomo che porta la barba e si accarezza il mento.

 

 

 

DSC02912.JPGI festeggiamenti vanno ben oltre il tramonto immobile sul mare e si taglia la città dei terrazzi e di tutte quelle rondini con un trenino, guardando in su, ridendo e finendo per mangiare sotto a grifoni, draghi e strane forme d’altri animali, tutti bianchi. Una tazzina piccola a fiori e delle irregolari palline fritte di cui non ricordi il nome, ma sai che dentro sentivi la menta. Questa città vecchia, misteriosa, a tratti molto sporca e cadente, ma sempre come inchiodata nel tempo, è giusta per ritrovare vecchi amici e ricostruire una Middlebury distaccata di abbracci e ti ricordi quella volta che. Tutti vestiti eleganti sotto le lampade fiorate della villa, in mezzo agli specchi, a portate infinite di cibo e al suono di tamburi. La Nina balla tutto il tempo, il vino viene versato più volte e ti senti in una specie di gattopardo in cui tutto è cambiato per restare com’era. Questo senso di tempo fermo non ti dispiace affatto. Anzi ti ci tuffi dentro, ci anneghi. Infine si sciama nella notte ambrata. Ci si abbraccia, si toccano giacche, si stringono mani, si gira intorno alla villa dopo essere scese dai tacchi. Furtivi si entra nella casa coi lampadari di vetro rosso. Si dorme coprendosi bene. Domani c’è ancora da festeggiare, una città fantasma da attraversare a piedi nell’ora del dopopranzo. In giro solo silenzio e finestre chiuse. Tutto è nostro.  

Una città inchiodata nel tempoultima modifica: 2010-05-31T17:26:00+02:00da capecchi
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7 pensieri su “Una città inchiodata nel tempo

  1. “…non è solo merito del primitivo; e neppure della tria (…) Che meraviglia brindare con vino bianco e seppie ripiene, soffiare sopra al solito piatto di orecchiette al pomodoro…” Ho individuato la landa (“Giovane e bella in sogno mi parea donna vedere andar per una landa cogliendo fiori…”). Poco è mancato che ci scontrassimo… (abbiamo fallito il bersaglio for some ten miles: solo che io che in una città del genere – anche un po’ degenere – vi abito, ed è la più tarantolata, nel senso letterale).
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  2. “E intorno la città di pietre e d’ombre gialle che s’arrampicano per i muri, grossi (…) Infine si sciama nella notte ambrata.” Ma qui c’è pure Borges… D’altronde, per dirla col bardo (che forse a te neppure piace): “Il lavoro creativo è sospeso tra la memoria e l’oblio.” Qui c’è la rimembranza smembrata…
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