La nebbia della baia

Il cinese con lo sguardo senza tempo ha un’anguilla nella borsa. Viva. Che sia viva non c’è dubbio, anche se non si vede. Ma viva, viva. Perché sbatte, sciaborda, sciaguatta e fa un rumore di pesce che nuota nell’acqua bassa. Dentro una grande borsa nera con le rotelle. Su un autobus verso il Golden Gate Park. Accanto a me. Io sono un misto fra divertita e terrorizzata: ho la sensazione precisa, fisica, che l’anguilla sguisci all’improvviso fuori dalla borsa, con un balzo d’animale volante, e mi s’attorcigli tutta intorno alla gamba; o al collo. Resto in bilico sul mio sedile mentre lì di fianco è tutto uno sguisc, sciaff, ciaciàff. Poi il cinese scende, gocce d’acqua vischiosa schizzano per terra; una sul mio vestito blu. Le porte dell’autobus si chiudono, la città inghiotte il cinese, l’acqua e l’anguilla. Tutti tornano alla loro abituale indifferenza. Quanto d’America ci sia in questa scena, lì per lì non lo capisco. Solo dopo – un giorno, due – la scena mi colpisce in faccia quasi con violenza. E mi scaraventa dentro alla palla di vetro americana. Dentro ci siamo io, il cinese, la Nina, tutti quelli di qui, i ballerini del parco, quelli che dormono in strada nei loro cenci luridi, il vecchio che cammina nudo a Embarcadero e Liv Warfield, mentre canta Why do you lie? Siamo tutti là dentro, un po’ attoniti. Solo che non nevica.

Piuttosto ci schiaccia una striscia viola, bassa, sopra la città lontana. È la nebbia della baia, che nasconde tutto; o quasi. Trasforma tetti e sguardi. Rende le cose misteriose, imprendibili. Specie le persone: nulla di più facile per la gente, qui, sparire. Per questo amo starci. Continui cambi di prospettiva, tagli diversi di luce, caleidoscopio che non capisco. Insieme alla nebbia, dalla baia viene il rumore delle petroliere. Le sirene a volte ti colpiscono d’improvviso, brevi e gutturali, nella notte –richiamo o verso d’animale, tu non sai. Oppure arrivano durante il giorno, lunghe e insistite, profondissime. Echi d’un viaggio che va avanti da sempre, incessante, da qualche parte oltre il campus, oltre i viali d’alberi verdi, oltre il presente, là dove tutto è azzurro e grigio e azzurro e bianco e ancora nebbia.

San Francisco non si può descrivere. Non si può trovare nulla che la definisca, che ne renda l’esatta consistenza, il colore. L’odore, invece, quello sì. Lo stesso del numero 710 di Ashbury street, anno 1967, quando la polizia fece irruzione con pistole, cani e tutto, a casa dei Grateful Dead. Bob Weir che scende le scale e sorride salutando la folla sotto i lunghi capelli. Ecco, proprio quell’odore lì, preciso.

Comunque, indescrivibile o no, San Francisco ti spreme il cuore. Sarà il vento sul mare, tutti quei pazzi che per strada urlano da soli e muovono le braccia, ma soprattutto sarà quello che c’è oltre la costa. Infatti ti affacci dal molo sull’oceano e cosa vedi, il Pacifico? Ma no. Il nulla. L’ignoto che ti sbatte giù per terra, ti strapazza, ti fa rialzare e t’invita a seguirlo. Tu te ne stai lì rintanata in quelle casette basse, colorate, come di carta, acchiocciolate tutte su su su per la collina fitta di fiati e scalini; e il nulla tre passi più in là ti dice: ehi, baby, vieni qua, buttati, abbracciami, sparisci dentro di me. Non c’è nulla di più struggente di questo. Forse solo Bologna in certe mattine d’agosto che tu non vedrai mai ma che – probabilmente – hanno lo stesso senso sospeso d’attesa. Nulla come quegli angoli di blu-nulla che compaiono d’un tratto in fondo a strade ripidissime, di tra una casa vittoriana e l’altra, tutte strette l’una sull’altra. Nulla come certi pomeriggi di sabato quando il sole colora d’arancione malinconia alberi dai rami come non ho mai visto, tutti curve e grovigli, ma chiari, con chiome fitte, e buttate di lato, verso il vento. Non lo sai spiegare, non puoi. Non riesci più a contare le volte in cui hai detto: questa città non la capisco, questa città mi maciulla il cuore.

Questo è il posto in cui si vive a ogni angolo il tempo del limite, in modo spiazzante. Sei qui, domani no. E lo sai. Attraversi foreste di sequoie infinite e se ti giri, puf, sparite. Alzi gli occhi lassù verso il ponte ma lo guardi col fiato in gola: è ovvio che domani crollerà perché è così rosso e così in bilico sul niente che la più tenue bava di terremoto lo sbriciolerà. Corri a lezione ed è freddo ed è caldo ed è freddo ed è finito tutto. Adesso ci sei, domani stai abbracciando quelli a cui vuoi bene e anche quelli che piglieresti a coltellate. Stai per andare via e ti mancano già tutti: non importa chi sono. Importa che fossero anche loro dentro la palla di vetro senza la neve ma con la nebbia. Adesso che vai via ti mancano soprattutto quelli che non ci sono stati, perché ne senti in modo irrevocabile – definitivo – l’assenza. Ci sarà mai un luogo preciso, e un momento esatto, fra gli eucalipti e i leoni marini, in cui chi si è perso si ritroverà? Se questo luogo c’è dev’essere per forza qui, in mezzo al vento battente, contro il rumore delle sirene e il fischio di quel treno lunghissimo che passa in mezzo alla città. Un’apparizione che sai miracolosa eppure è lì, imprevista ma concreta, in una notte qualunque di San Francisco, laggiù, sulla baia.

La nebbia della baiaultima modifica: 2018-08-07T07:38:23+02:00da capecchi
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Un pensiero su “La nebbia della baia

  1. “sbatte, sciaborda, sciaguatta e fa un rumore di pesce che nuota nell’acqua bassa …”
    Scivola come una sciolina…
    Ribatto: Lascio il gregge e il grigio salvagente della ragion pura e m’immergo nelle bianche acque dolci della fantasia peregrina: guizzante come pesce liocorno in cerca di un’oasi di sale, gingillo il mio corpo azzurro e sfarfalleggio le pinne rosa tra i suoni ondeggianti, galleggiando, adagiato sull’onda vaga, tra le setose parole fluttuanti.

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