Elio e l’estate del 1983

Sentirsi Elio, esserne la madre. Dover essere la madre. Senza che nessuno ti abbia avvertito prima che invece tu a qualunque età ti sentirai sempre come in un’estate del 1983, con Paris latino che arriva dalla finestra aperta. Una notte d’agosto in cui t’affacci fuori e annusi l’aria di tigli e bomboloni fritti in qualche sagra vicina.

Io comunque nell’estate del 1983 giocavo a ping-pong sotto i pini di Castiglioncello, mi struggevo per Robertino – che mi batteva sempre sei zero sei zero – e indossavo i sandali di plastica trasparenti per andare sugli scogli. Nell’estate del 1984 portavo il busto e quindi ero una specie di mostro di ferro ambulante, al riparo da ogni desiderio (altrui). Nell’estate del 1985 indossavo pantaloncini corti, riccioli quasi come adesso e – senza saperlo – un corpo spettacolare, che mai più avrei avuto. Ballavo I like Chopin – tarararàn – sulla rotonda ombrosa a picco sul mare, dondolando con le braccia stese appoggiate alle spalle di quello che, ovviamente, mi garbava meno, e mi sentivo libera e in trappola senza saper riconoscere che mi sentivo libera e in trappola; confusamente smaniosa di qualcosa che ancora non sapevo (e come?). Si continuava a giocare a Guardie e ladri come da bambini ma quella fu la prima estate in cui non facemmo le squadre maschi contro femmine, bensì miste. Così mi nascosi per quelle che a me sembrarono ore in mezzo ai cespugli con Diego, carboncini per occhi e collanina al collo abbronzato. Mi esplodeva il cuore nel petto, dovevo avere sguardi scemi e luminosi di felicità inconsapevole. “Da quanto siamo qui?”, chiesi.  “Non lo so”, rispose. “Usciamo?”. “E se ci stanno ancora cercando? Restiamo qui”. Infatti restammo, a guardarci e sorriderci, a dire e non dire nel frusciante baluginio delle foglie, delle luci, delle voci ovattate. Neppure la mano, ci prendemmo. Ma nella memoria, il nostro nascondiglio nei cespugli segna il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e a tutto quel frinire di cicale estive che ci sarebbe stato dopo.

Per questo gli occhi di Elio, onnivori, perduti, desiderosi di soffrire e godere, smuovono un groviglio di ricordi che spaventano. Zampate di sfida, mani che abbrancano. Baci come scontri. Piccole testate nel petto. Ma poi accoglimi, abbracciami. C’è sempre stata per tutti questa eccitazione continua, il caldo, la notte che scende lenta? Sì, sono certa di sì. Tutti presi da quella specie di incantamento giovanile e testardo. Dove i silenzi si riempiono di minutaglie rilevanti: il gorgogliare del succo di frutta, l’attrito della bici nelle strade di campagna, lo scalpiccio sopra la ghiaia, le porte che sbattono. Trasalimenti. Acqua. Occhiali da sole. Piedi nudi, scatti d’animale, mollezze da adolescenti in vacanza, quando il tempo si dilata all’infinito fino a farti perdere il senso del suo scorrere. Ma soprattutto quegli occhi. Soprattutto quella sfrontatezza meravigliosa data dal non sapere, dal non avere ancora capito nulla. Perdersi perché è giusto, va fatto, si deve. Chi se ne frega se si spezzano cuori, se ci vede qualcuno, se poi tu parti. La signoria assoluta del proprio corpo e l’indifferenza per lo scorrere della vita adulta, incomprensibile e noiosa.

Com’è possibile che uno si senta sempre, ieri come oggi, Elio? Com’è possibile? Non è stupido, terrorizzante, ridicolo? Sentirsi Elio e insieme avere l’assoluta certezza di non esserlo né poterlo mai più essere è una botta in testa. Perché per quanto si esca dal cespuglio e si cominci a muoversi nell’incomprensibile e noiosa vita degli adulti, sottotraccia, nascosta nello stomaco, sotto le unghie, nell’ultimo nervo dell’ultimo polpastrello, saremo sempre fermi a quel momento di un’estate di bomboloni e cicale, in cui lui ti diceva nella notte: “Restiamo qui”. E tu restavi. E non sapevi.

Elio e l’estate del 1983ultima modifica: 2019-04-01T15:51:10+02:00da capecchi
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