Campo di mine

Jimmy Fails salta sullo skateboard e con uno schianto secco si butta giù, lungo le strade di San Francisco. Dietro, appare e scompare il Bay bridge, d’argento e nebbia. La musica di Emile Mussari è tutt’intorno, ci cola addosso con suoni fondi di fiati e poderosi respiri d’orchestra. Davanti, i nostri occhi spalancati. Le ruote frusciano sull’asfalto, sbattono, scivolano. Un altro colpo. Ah, no, dev’essere il cuore. Non mi riuscirà mai lasciare questo posto, mi viene da piangere, portami sulla 580 e fammi vedere il profilo della città lucida d’oceano e vapori. Adesso. Nascondiamoci da qualche parte nel parco, fra le querce rosse e infinite. Saliamo sull’autobus 5 che percorre tutta la Fulton e non si sa dove va a finire. Non è vero che partiamo, che non tornerò mai più, che è finita questa stagione sulla baia. Ho amato e amo questo posto con furioso abbandono, con un senso di dimenticanza del mondo che può capire solo chi è passato anche solo una volta sotto il Golden gate bridge sbattuto dal vento gelido dell’estate.

Poi ci sono quei capannoni deserti, i muri scorticati pieni di scritte e graffiti; tende, accampamenti ovunque, carrelli della spesa e coperte ammassate; sacchetti, scatole e ancora tende. L’odore di unghie nere e gorilla glue è dappertutto. Poi il caffè, la pizza agliata di Aritzmendi, il dolciastro dei Colonial donuts. Questo impasto t’impregna i capelli, i vestiti, le mani ed è quello che tu pensi sia l’odore della vita. Oakland è così, che una desolata allegria ti prende a ogni angolo. A ogni svolta di strada ti si spezza il cuore, ti si sbriciola per qualcosa che non sai spiegare. Sono le sirene delle navi che gridano lontano, anche di notte? Il treno d’acciaio che passa nel mezzo della città? Oppure i denti marci del vecchio seduto al distributore, la perfetta ciliegia rossa sul sundae o il negozio di libri usati al 3316 di Grand Avenue? Non si sa, non si sa. Oakland è un pugno, uno schiaffo in faccia, un salto giù dal ponte. Ha una rabbiosa forza che ti si rovescia tutta addosso. Ti verrebbe la voglia di correre una maratona, scrivere un poema epico o uscire in jeans e felpa – di fronte a tutti. C’è anche il lago, il cinema più bello del mondo con tutte le sue scritte luminose e soprattutto ci siamo noi, dentro il recinto di Mills, rinchiusi fra eucalipti senza fine e volpi – vere – che ti si parano d’improvviso davanti e ti dicono: “Guardami”. Poi spariscono nel nulla, mai esistite, come succede a tutti i fantasmi che t’appaiono nelle strade di notte.

Là in mezzo ci muoviamo circospetti, incerti fra il sentirci imbarazzati tredicenni degli anni 80 dentro magliette a righe o sgangherati eroi di un film di Tarantino, tutto un campo di mine da schivare e ritagli di faccia da trovare dentro gli specchi. Ci piace stare qui, odiamo sentirci prigionieri eppure lo amiamo; perché un disperato bisogno di fuga ci piglia alla gola e ci fa smaniare, respirare più forte, trovare vie d’uscita. È una irish exit quella che ci vuole, lo sappiamo bene. Camminare all’indietro, zitti, inavvertiti, trasparenti come l’aria dopo le undici del mattino quando la nebbia si è alzata e si riesce a vedere anche il mare in fondo laggiù oltre gli alberi. E come ogni volta, anzi più di ogni volta, la fine arriva e non te l’aspettavi, non la volevi. La fuga è un conto; l’addio un altro. Sicché siamo tutti increduli, ci guardiamo scuotendo la testa, facciamo battute prevedibili toccandoci una spalla come per caso, quando invece è sapere se esistiamo, quello che ci interessa. Sapere se esisteremo fuori di qui. Se ci sarà qualcosa oltre la piscina, oltre le foglie di questo bosco, oltre le bianche, gigantesche gru che presidiano Oakland come una ritrovata Troia dell’ovest. Quando i ponti che ci lasciamo alle spalle bruceranno, cosa sarà, a restare in piedi? Le nostre parole, i desideri non detti, le poesie di Montale? O piuttosto quello che eravamo e non siamo più? Saranno i vecchi noi a custodire sempre quello che resta? No: le gru, le gru, io lo so. Loro non crolleranno mai; e saranno sempre lì, impassibili, eterne, sopra l’oceano, a guardarci e difenderci nelle nostre piccole commoventi vite che non smettono mai di cambiare.

Campo di mineultima modifica: 2019-08-08T10:55:14+02:00da capecchi
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