Dentro i quattro sporchi muri dell’aula

Il venerdì ho tre ore. Una in seconda e due in terza. Oggi è venerdì. Ma mi sembra di averne fatte trenta tutte insieme.

A volte la scuola ti pesa addosso come un piombo: si patisce e si sta male anche di qua dalla cattedra. O, almeno, a me non riuscirà mai smettere di sentire questo male che sento quando finalmente si rompe la corazza e due occhi neri ti spiano a tratti, di sotto in su. Cane bastonato in attesa di redenzione, lui se ne sta lì muto, storto, e ti guarda per vedere se è proprio vero che lo disprezzi, che non lo perdonerai mai, che stavolta è stata l’ultima. Non lo guardi, non ti giri – fai finta di – ma vorresti piangere. Solo che la grande sei tu; e non puoi. Anzi poi spieghi come funziona la proposizione principale, rispieghi di nuovo, accetti i complimenti fatti apposta da qualche alunno buffo per farti sorridere e infatti sorridi. Ma vorresti solo buttare in là la cattedra con un calcio e pigliarlo per le spalle e abbracciarlo forte – comunque non è detto che poi tu non lo farai, ritornando indietro dopo essere già salita in macchina, avere messo in moto e tutto.

A volte ti piglia come un senso di impotenza sorda, di fronte a ciò che non puoi fare, all’inutilità di un ruolo che ha limiti concreti, al nulla che rimane dietro le tue spalle – per alcuni – dopo che sei uscita dall’aula. L’arroganza dell’ottimismo ha sempre guidato il mio modo d’insegnare; ma ogni tanto capita che mi si sbricioli fra le mani. Resta che cosa, allora? Un buco nero, il fallimento, il vuoto?

Ci sono però quelle mattine in cui non si fa altro che ridere, tutto scivola via leggero, regolato da un meccanismo oliato che ha tuttavia la speciale bellezza dell’estemporaneità, della sorpresa, tipo la minuscola cinese muta che si fa interrogare e ti mitraglia addosso Il gatto nero e una stupidissima storia di lupi mannari e pettirossi. Mamma mia la meraviglia che ti cola tutta addosso, quelle volte lì. Le occhiate che lanci a lei, poi agli altri. Piglia 7, lei è felice, tu dici delle sciocchezze; e ridi, ridono tutti. Oppure il ragazzino che appena entra in classe viene e ti regala un ritter gusto gianduia.  O il tuo preziosissimo Portatore d’Acqua, che sul tema invece del nome scrive “Il suo Portatore d’Acqua”. Son cose così. Minutaglie. Eppure non ti riesce di toglierti il sorriso dalla faccia.

Chissà se loro lo sanno, che mi fanno patire e gioire in questo modo. Oppure pensano che io sia una specie di invincibile eroina della Giustizia & della Letteratura, con la spada sempre pronta ad affettare i maleducati e gli illetterati. Chissà dove vanno quando escono dall’aula; e cosa fanno. Cosa succede a tutti noi una volta che usciamo di lì? Che vite viviamo? Il misterioso scorrere delle giornate ci allontana e poi ci riporta sempre lì, ogni giorno, quando suona la campanella. Poco altro si sa, ma una cosa è certa: dentro i quattro sporchi muri dell’aula io esisto per loro e loro per me, in una matassa di dolore, gioia, paura, risate e amore che non si può spiegare se non ci si è sporcati almeno una volta con quell’impasto sudato e appiccicoso che si respira là dentro.

Dentro i quattro sporchi muri dell’aulaultima modifica: 2019-10-18T16:52:09+02:00da capecchi
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