Forestieri

Domenica. Sgocciola un novembre grigio e brumoso, di fumi bassi e ombre misteriose che sgusciano dietro gli angoli. Uno di quei pomeriggi come solo ad Aosta, o forse a Trento, potrebbero capitare. Si cammina via veloci infilandosi nelle case, spaventati e ugualmente affascinati dallo stesso fatto: gli altri ci vedono sempre come forestieri. Delle loro città, delle loro storie, delle loro vite.  E infatti non ci si capisce davvero mai, quasi con nessuno. Pecchiamo di intenzioni mal colte e aspettative deluse: per questo ci rigiriamo spesso in questa nebbia autunnale un po’ persi, cercando di capire dove abbiamo messo male il piede e perché. Ma non bisogna preoccuparsi troppo: è facile scivolare su questa neve fresca della valle, sopra queste pietre sempre umide e lisce su cui spiove un campanile dalla punta impossibile.

Giornate così diventano però accettabili, persino belle, se sfoderiamo qui e là punti fermi cui aggrapparci. Può essere qualunque cosa: uno stupido cane (un gatto), le lucine a forma di zucca appese per una festa di tredicenni, stare in casa senza muoversi dal divano. La faccenda dell’estraneità si assottiglia, allora, e pare quasi di riconoscersi, di capirsi. Ma chi lo sa. Sono attimi. La mano che ti porta al centro della pista, la stessa mano che ti lascia proprio alla fine ultima, quando è impossibile tenersi di più, la testa le spalle le gambe già in direzioni opposte, senza guardarsi, tornati estranei dopo aver capito tutto – addio, mai ballato insieme, mai, io non ti conosco; ma allora cos’è quel braccio volto indietro a musica finita e le dita che continuo a sentire, senza vederti?

Da che ho memoria, una delle frasi che mi sento dire più spesso è: tu sorridi sempre. Non so bene cosa dovrei rispondere a questo. Sì? No? Confermare con un sorriso che io in effetti sorrido? Perché me lo dicono? Cosa ci leggono? Cosa ci vedono? Secondo me, nulla. Forestieri, appunto. Del resto lo siamo tutti. Ci ossessiona l’illusione della conoscenza e quando essa si fa, per un momento, reale, allora ci si ferma il respiro: le nostre vite ci appaiono perfettamente compiute. Sicché in questa Aosta fuori dalla finestra capita spesso di pensare a quanti sono, e chi, quelli che conoscono davvero bene dove vanno a finire le pieghe del tuo sorriso quando spariscono; e come a volte diventi piccina dentro al tuo corpo che di fuori è fatto di spazio e carne da toccare sotto vestiti rossi. Più ogni novembre avanza e più c’è bisogno di circondarsi di chi sa quand’è che ascolti Brad o perché urli a un rumeno per strada e piangi di fronte a una volpe. C’è bisogno di quelli che ti guardano e sanno. Quelli per cui un forestiere non sei stata mai, fin dalla prima lontana volta in cui tu hai detto una cosa qualunque e loro l’hanno raccolta e se la sono messa in tasca, non dimenticandosela più. Infatti se uno volesse un giorno per caso svuotargli le tasche, vedrebbe allora cascare tanti piccoli pezzi di te. Ma niente paura: quelli lì che dici tu sapranno sempre come prendere quei pezzi e infine ricostruirti, poco alla volta, con pazienza, amore e senza tante parole.

Forestieriultima modifica: 2019-11-04T15:05:01+01:00da capecchi
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