Il 30 dicembre dell’ultimo anno di questo secondo decennio

Quindi è il 30 dicembre. E siamo ancora vivi, in questo scorcio di decennio, a guardarci da vicino nello specchio, tirando la pelle agli angoli degli occhi e lungo il collo, per vedere quanti degli anni accumulati possono essere cancellati.  Mi piace sempre il 30 dicembre; così come i giorni prima e quello dopo, il 31. Questa è una terra di nessuno, il regno del tutto è possibile, dove le regole saltano e si diventa qualunque cosa pensiamo di voler essere. La sospensione fra il passato e il futuro ci sorprende in queste notti di fine dicembre, ci fa sentire perduti ma pieni di facce, memorie, strade, progetti. Sembra che tutto non ci stia, nella testa. Infatti non si dorme mai: è tutto un rigirarsi e un pensare a quello che è stato; no, più che altro a quello che sarà. Un meraviglioso abisso in cui non si sa se sprofonderemo. Possiamo solo aspettare, immaginare, farci battere forte le vene dei polsi. I primi dieci anni del secolo sono stati spettacolari, questo è certo. Esattamente a metà è nata la Nina, a segnare la via per tutto quello che sarei diventata dopo; ma anche a dire che si è sempre quelli che si è, indipendentemente dalle figlie che si mettono al mondo e dalle caselle in cui t’incastrano gli altri a forza. I secondi dieci anni eccoli: li guardo, mi ci muovo dentro, sono un caleidoscopio. Tornare in Vermont, scoprire e perdere San Francisco, insegnare nella stessa scuola senza andarsene più e imparare a ballare swing. Anche questo è arrivato esattamente a metà, a presentare me a me stessa. Infatti non c’è niente in cui mi senta più io di quando sono in mezzo a una pista, con Count Basie o Ella Fitzgerald intorno, con un ballerino che mi fa girare e mi riprende, con la gonna che fa onde impreviste e le mani, le gambe, il sudore, la schiena che diventano un tutt’uno col soffitto e il pavimento – sì, lo so, rumori di gomma e vernice, vampate africane, sbagli da professionisti.  Dentro un solo giro di ballo c’è tutto. Basta non dirselo, però. Guardami, stai zitto, sorridimi.

Insomma questo è il 30 dicembre dell’ultimo anno di questo secondo decennio del secolo. E tutto dice che stiamo ormai per entrare negli anni Venti. La musica che ascolto – Fats Waller -, l’appartamento di New York sulla trentacinquesima est e le scarpe appena comprate, tutte lacci e lustrini, perfette da indossare se non si ha nulla da fare, appoggiate di sbieco su un divano, con un calice di champagne in bilico fra le dita. Quanto vorrei essere una che fuma – se penso a me, alle scarpe, al divano, allo champagne e a New York. Invece no. Non sono mai stata una da misteriosi fumi dietro cui nascondermi. Non sono mai stata di quelle che escono per una sigaretta, ritagliandosi angoli di vite che scorrono all’oscuro degli altri, sopra terrazzi, fuori dai locali, alla luce di lampioni notturni e taxi gialli.  Cosa succede veramente nel tempo di quelle sigarette? Nessuno lo sa. Io non lo saprò mai; e starò sempre dalla parte di quelli che restano.

Stamani questa città era immersa nella nebbia. I treni laggiù viaggiavano al rallentatore e la gente sul ponte sembrava muoversi per finta, come su uno sfondo di carta. Poi più tardi è spuntato il sole, che ha allagato le torri i portici e noi, con sopra un cielo rosa come solo i cieli d’inverno possono esserlo. Tutti correvano verso qualcosa; lo stesso anch’io, che a casa dovevo telefonare, preparare il ragù, rileggere la Kristof.

Così stanno per iniziare gli anni Venti e forse a un certo punto del prossimo anno finiremo tutti per festeggiare il nuovo decennio ballando a West Egg vestiti di paillettes e miraggi. Cercheremo di non farci imbrogliare troppo dalla luce verde laggiù verso est e sapremo come guardarci negli occhi seppure dentro al baluginìo della festa e dei sassofoni. Sarà il momento in cui potremo contarci e vedere chi è rimasto. Perché se c’è una cosa, che lo stritolasassi del tempo che passa fa, è mostrarti cosa conta, chi c’è ancora, quanto è costato essere lì, dov’è finito tutto quel bene che senti.

Buon 30 dicembre, allora. Domani saremo già quasi scivolati dentro gli anni Venti. Ma il momento preferito resta questo qui: quando tutto sta per finire e nulla è ancora iniziato. Davanti, solo uno spaventevole futuro; lo sai, lo vedi, ti guarda in faccia. Ed è allora che vivi davvero, e forte: hai lì tutto quello che vuoi; lo stai per perdere; ma forse invece no. Per questo ti stringi a questo pezzetto di storia che hai di qua: vuoi portartela anche di là, domani l’altro, negli anni Venti.

Il 30 dicembre dell’ultimo anno di questo secondo decennioultima modifica: 2019-12-30T18:03:22+01:00da capecchi
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