Lettere dalla cattività / 2.

Trentotto giorni da quando la scuola è chiusa; e dall’ultima volta che ho bevuto whiskey. I due fatti sembrano non incastrarsi l’uno con l’altro. Eppure dicono quasi tutto quello che c’è da dire su di me. Inoltre sono entrambi laggiù lontani schiacciati pigiati in un tempo impossibile: il dubbio è che non siano mai esistiti, né la scuola né il whiskey.

Sento i miei tutti i giorni. Spesso in videochiamata. Loro a Pistoia, io a Bologna. Se ne stanno lì seduti sul divano tutti appiccicati, sempre inquadrati male dallo schermo del cellulare. Quanti anni hanno io non lo so mica. Devo, ogni volta, fare il conto partendo dall’anno della loro nascita. Se no, per quanto mi riguarda, la mia mamma ne ha da sempre trentacinque e io sette. E ciò mi basta.

Alcune di queste giornate sono state faticose; alcune molto faticose; altre ancora di più. Che non sempre le cattive notizie arrivano nei tempi che decidi tu, anzi. Spesso ti sorprendono mentre hai sulle labbra il rossetto e un video da girare. E considerando che qui si piange di fronte al vecchio Wolverine dagli artigli spuntati, beh, insomma.

Comunque le mattine sono belle e piene di senso: la colazione, i ragazzi con le loro facce buffe in video e i ciuffi tutti spettinati, il pranzo da preparare, la musica che ascolto mentre sminuzzo gli zucchini o sistemo il guanciale e il rosmarino sopra il pane caldo. Poi via via che passano le ore divento insofferente o m’immalinconisco, avvoltolata nelle mancanze e nelle memorie che a forza di scavarci dentro s’assottigliano fino a diventare trasparenti. Allora bisogna smetterla, se no si perde tutto.

Ascolto molto Erroll Garner, Chick Webb, Sidney Bechet, Tommy Dorsey. Cerco di non andare oltre il 1960 e di non spostarmi troppo da Manhattan, a nord della Quattordicesima – anche se di solito sono più una da appartamento sopra una pasticceria, da qualche parte fra Prince ed Elizabeth street, ovviamente. Ma adesso è così che penso a me stessa: solo con dei cappelli viola, verdi, rossi, mentre cammino con una borsa bauletto al braccio – stesso colore del cappello – e intorno la voce di Sarah Vaughan che accompagna ogni onda del mio vestito, dei miei polpacci e delle mie caviglie bianche, lisce, sottili (una delle parti di me di cui vado più orgogliosa). Se proprio poi ci si deve spostare dall’Upper east side, che sia Miami beach, ma di notte, in uno di quegli alberghi con la piscina e le luci che galleggiano nell’acqua, l’aria finalmente fresca e nessuno intorno. Appoggiato di sbieco sullo stipite della porta, lui. Stretto e storto nella sua giacca elegante: “Hey – e qui una pausa lunghissima, impossibile da sostenere nella notte accanto alla piscina con la porta della camera aperta i bicchieri bevuti al bancone del bar e la lontananza da tutto – “Hey – dice – Maybe some day. Before I’m dead”. E mentre lo dice, lei se ne va nella luce rosa della notte, dondolando sui tacchi, con un fiore fra i capelli: “It’s a date”, risponde.

Ecco, se non avete mai vissuto, sognato o aspettato un momento così, allora non riuscirete mai a capire perché quei trentotto giorni senza scuola e senza whiskey dicano tutto di me.

Lettere dalla cattività / 2.ultima modifica: 2020-04-02T12:29:52+02:00da capecchi
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