Lettere dalla cattività / 3.

È maggio e io non ci credo. Chiaramente è uno scherzo di qualcuno. Siamo di certo ancora a febbraio e io vedo l’alba sull’Adriatico e progetto estati americane. Invece no; ho già visto da qui arrivare quattro mesi – quattro – ferma in un tempo illogico che tuttavia mostra facce perfettamente logiche: neve, vento, pioggia, nuvole, grandine, sole. Mentre scopri che succede di tutto anche rimanendo fermi: si perdono e si trovano lavori, ci si disinnamora, si muore, s’inizia a convivere, si ama d’una inaspettata e stropicciata tenerezza chi ci è vicino, ci si opera, si piange e si ride, ci si manca furiosamente dicendoselo o non dicendoselo. Solo, si è inchiodati in una bolla di apparente atemporalità, che ci spiazza e ci fa smaniare: che ore sono? E di che giorno? E cosa rende diverso oggi da domani? Perché vorrei spaccare i vetri di questa finestra ma allo stesso tempo il pensiero di uscire e incontrare un umano mi pare assurdo?

Poi non m’importa nulla di uscire per uscire. Fare una passeggiata per fare una passeggiata. Correre al parco per correre al parco. Non sono interessata a questo tipo di faccende, non lo sono stata mai. Mi servono uscite che abbiano uno scopo: un picnic a Regent’s Park sopra la coperta di lana comprata apposta e tanti pacchetti e pacchettini da scartare, noi tutti imbacuccati perché a Londra fa freddo anche ad agosto, e soprattutto prima degli spettacoli all’Open air theatre. Oppure sfinirmi di passi su e giù per le salite di Russian Hill, perché c’è da arrivare esattamente nel punto più alto della città e fotografare il mare da lassù, intravisto da dietro le case e gli alberi verdi verdi e storti. Ma anche grigliare e ballare swing in un remoto punto dei colli bolognesi con i carabinieri che arrivano perché abbiamo avvistato un fuoco sospetto. E tutto ciò farlo con alcune di quelle persone che ci sono e ci saranno sempre. Quelli che hanno visto che faccia hai quando urli o piangi o ti ubriachi a furia di – scusate – amaro Lucano.

Il brusìo di fondo che non si ferma mai porta a quel livello che sta tra la coscienza e il fastidio numeri, regole, norme, decreti. Parole brutte ancor solo a dirle, figuriamoci a viverle; impossibili da decifrare se non hai un avvocato per le mani. In questo brusìo disturbante che t’affolla la testa, sono giorni in cui ti commuove un po’ tutto: persino la spiegazione dell’articolo 1, comma 1, lettera a) del dpcm del 26 aprile 2020 porta una sorta d’inspiegabile languore, attribuibile senza dubbio alle distanze forzate e a una lettura del reale ormai deformata (o invece, al contrario, eccezionalmente netta, lucida). O magari sono le nuvole bianche sopra il terrazzo e sopra le mie spalle nude.

Io non lo so se tutto questo cambierà le cose, dopo. Se diventeremo tutti diversi, migliori, peggiori, riflessi sgrezzati di noi stessi o chissà. So che adesso ascolto Donny Hathaway dopo aver preso il sole fra i gelsomini che fioriscono; e penso le stesse cose che pensavo prima – ma un po’ di più – e voglio bene alle stesse persone a cui ne volevo prima – ma un po’ di più. Non c’è nulla di male a confessarsi che non si è imparato un bel niente da queste settimane: non ci sono compitini da svolgere, quando si vive. Resta solo da vivere, abbracciare, ballare – ma un po’ di più.

Lettere dalla cattività / 3.ultima modifica: 2020-05-02T19:34:29+02:00da capecchi
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