20/11/2009

Geografia sentimentale

 

pasta e fagioli.jpgCon Firenze ho un legame forte ma discontinuo. Ai tempi del liceo era il senso di libertà del pranzo lontano da casa e l’incontro settembrino con gli amici del mare a Boboli. Per anni ha coinciso con l’università e il treno e lezioni quaderni esami biblioteche cappuccini professori. Poi è stata alunni americani e amatissime lezioni su Verga o Pirandello: entrare, togliersi le lunghe sciarpe e gettarle con un gesto lungo sulla cattedra. Poi mettersi lì e parlare davanti a occhi sgranati di quegli autori che amavo e mi facevano, spesso, venire ancora i brividi, a leggerli di fronte a loro nel silenzio perfetto dell’aula. Ho comprato un sacco di scarpe e vestiti, a Firenze. Tanti regali di Natale. E l’ho odiata col sole, di primavera, col riverbero cattivo della luce sull’asfalto e i turisti a San Lorenzo. Invece d’inverno mi piaceva, sempre. Col freddo che era sempre più clemente del luogo da cui partivo e le luci baluginanti sul fiume o sui palazzi di mattoni vecchi. A Firenze ci sono stata con tutte le persone importanti della mia vita, tranne la Nina, che però ci porterò molto presto.

E ieri l’ho rivista insieme a un’amica. Ha fatto da sfondo a molte parole e ancor più risate. Passi lunghi ma distesi fra la gente che sembrava tutta in vacanza anche se non lo era. C’era un sole piccolo ma deciso, l’aria era quasi calda e fotografarsi davanti alla giostra era come quando si va in gita. Ho ritrovato luoghi amati e ne ho scoperti di nuovi. Ho comprato collane di vetro e letto bigliettini. In Sant’Ambrogio la pasta e fagioli di Rocco, il vino rosso nel fiasco, l’arista e tutto il resto sono stati un tuffo nel buono e nel caldo. Ci hanno chiamato signore, ci hanno chiamato bambine. E infatti è quello che siamo, sempre. Che lei è bionda e io mora ma quando si ride mi pare che tutta questa differenza di capelli non ci sia poi tanto, anche se a me Rocco farebbe una treccia lunghissima e a lei no. Quando poi ho visto Micino e rivisto Sasso, eravamo illuminate da grandi vetrate del quinto piano in una casa anni Settanta, bianca e arancione e rossa. Un terrazzo con la cupola in fondo. Non aver bisogno di nulla.

Firenze è uno di quei posti dove ogni angolo che t’accoglie l’hai già in qualche modo visto. Unisci i puntini con una riga e disegni la geografia sentimentale del tuo passato. E’ bella, Firenze. E un po’ l’avevi dimenticato.

18/11/2009

Buon compleanno

 

da Giulia.jpgUna volta era una compagna d’università. Seguivamo insieme i corsi tanto amati di letteratura, prendevamo sempre appunti e non mancavamo mai; allora poi capitò di rivoltarsi all’unisono contro la sanguisuga che s’abbeverava ad appunti, soldi e cappuccini – i nostri. Un’altra volta era la persona perfetta con cui studiare e ripetere di Carlo Magno e d’Argante, ridendo fra un caffè e l’altro. Poi è stata l’amica delle confessioni e delle strategie. Dei consigli di trucco e d’abbigliamento, degli appostamenti in facoltà e delle informazioni sentimentali scambiate. Quella per cui si telefonava fingendo di sbagliare numero e poi intanto si registrava la voce dall’altra parte della cornetta. Una volta sono stata la sua testimone di matrimonio e la responsabile ufficiale delle musiche di tutta quanta quella giornata. Chiamai il pianista migliore di Pistoia e per il pranzo pensai io al jazz necessario. Lei era felice. Poi c’è stata la volta in cui testimone era lei e aveva un vestito con delle rose rosse e i capelli lisci e lunghi, come secondo me le donano di più anche se tutti le dicono che sta meglio con i riccioli. Quando ero in America ci siamo scritte tanto e quell’estate là, forse, è stata determinante non solo per noi che eravamo in Vermont ma anche per lei, che dall’Italia vedeva sgretolarsi pezzi di terreno sotto i piedi. C’è poi stato anche quando io avevo il pancione ed eravamo in città diverse a guardare in contemporanea Dawson e Peacey commentando via sms le idiozie dell’uno e le faccine dell’altro. Insieme siamo state a Milano, a Roma, a Perugia e forse in qualche altro posto che ora non ricordo. Ma abbiamo sempre riso e “vissuto le nostre giornate” (cit.). Lei è anche una mia collega e condivide con me più d’un’idea sulle belve. Per qualche tempo abbiamo scritto un libro insieme. Si mischiavano aggettivi, verbi e frasi d’analisi logica. Si vegliava insieme e ci si scrivevamo messaggi all’alba, da terrazzini di città diverse – ma entrambi affacciati su dei binari. A ogni capitolo in più finito era una festa. Di lacrime ce ne son state tante, ma ora chi se le ricorda. Preferisco quando le ho preparato le verdure oppure anche nulla, costringendola a uscire magari nel mezzogiorno di un torrido luglio, per procacciarsi cibo e tempo. Raramente abbiamo litigato. Ma è successo. Raramente ci siamo urlate brutte cose. Ma è successo. Raramente abbiamo rinunciato l’una all’altra. Ma è successo. E adesso, ripensarlo, sembra un sogno o un incubo o semplicemente un impiego idiota del proprio tempo. A volte viene con me ad ascoltare jazz, anche se lei ha tre o forse cinque (di numero) dischi. Non di jazz, dico, cinque proprio in assoluto. E se non vai tu a cambiarle il cd della macchina è capace che lo fa girare per un anno intero. Tutte le volte che c’è stata io davvero non le so più. Tutte le volte che ci sarà, invece, le so: infinite. Grazie. E buon compleanno.

16/11/2009

Brad e il suo universo di cerchi concentrici

 

 

brad.JPGGià al sentire i passi dietro le quinte ho avuto un sussulto. Poi è apparso. C’erano Larry Grenadier in bianco e riccioli biondi, Jeff Ballard in nero e spalle forti; poi lui, Brad, solita piccola camicia nera stazzonata portata fuori dai pantaloni e capelli decomposti, del tutto suoi. Una specie di angelo terreno, un po’ spaesato ma invece solo timido; o forse tutte e due: spaesato e timido. Dopo l’inchino e il sorriso storto si è seduto al piano. Attacco pieno, grosso. E’ stato tutto un concerto di suoni fondi e controcanti blues. Dovevo aspettarmelo. L’ultimo concerto che ho sentito, ancora in trio qui a Bologna, aveva tutto questo andamento bluesy che mi aveva stupita. Stasera Brad ha ripreso quelle linee e le ha sviluppate, più in accordo con l’ultimo live al Village Vanguard che con molte delle sue prime opere. Il trio andava a volte a velocità ultrasoniche ma di più correva su rotaie; lunghe, ritmiche. Oppure come su un barcone lungo il Mississippi. Pareva infatti d’essere spesso rivoltati da quelle grandi ruote che solcano il fiume da qualche parte giù in Louisiana. Jeff Ballard era solido e roccioso, picchiava sui tamburi con ritmica incisiva e avvolgente. Sorrideva molto. Anche Grenadier sorrideva. Si appoggiava al contrabbasso con gentilezza, senza buttarglisi addosso, eppure le dita percuotevano le corde in modo forsennato; ma cantabile. Brad se ne stava seduto in bilico allo sgabello, la schiena che ogni tanto andava - dritta - tutta indietro come fa sempre lui, il braccio allungato in avanti, la bocca piegata all’ingiù, gli occhi chiusi. Gli occhi del resto erano sempre chiusi, anche quando lui non suonava e ascoltava gli assoli locomotiva di Ballard e si lasciava sfuggire, ma piano, “yeah”, anche allora erano chiusi. Li apriva un attimo solo alla fine dei pezzi, nel momento in cui si girava verso il pubblico, congiungeva le mani sulle ginocchia, si piegava poco in avanti per ringraziare, la bocca una linea dritta di imbarazzo. E poi di nuovo chiusi. Un'altra mano sinistra da far splendere. Quello che Brad ci ha dato venerdì è stato l’insistito ripetersi di un’ossessione. Melodie che uscivano una da dentro l’altra, accordi che s’immillavano, lo sbattere uniforme del bianco e del nero. Martelletti ipnotici sulle tempie degli spettatori incollati alle sedie. Mi pareva che stasera, più del solito, volesse annullarsi nella ciclicità, nella ripetizione. Ogni pezzo iniziava e finiva in un universo di cerchi concentrici, dove tutto spariva risucchiato: una specie di malebolge dantesche, tutti con la testa giù a capofitto, il demonio prigioniero e anche noi. Superfici di ghiaccio. Forse per questo non ho riconosciuto neppure un pezzo. Stavolta c’è stato meno spazio per lo struggimento, per l’elegia pensosa, per il piccolo sospiro lirico. E proprio per questo ogni volta che le mani di Brad si appoggiavano lievi sui tasti, disegnando quei tratti sospesi, melanconici, soffusamente tristi come solo lui può, beh allora capivi che era meglio che li trattenesse; era meglio che te li facesse penare; era meglio. Fra un’aggressione feroce di tasti e una fumosità da jazz club nello scantinato, ha cullato poco, è stato avaro in carezze. Ma anche le vertigini rovinose e buie di Exit music non ci sono state. Ha lasciato insomma soltanto intraguardare qualche barlume del suo meraviglioso spaventoso romanticismo moderno. Neppure negli innumerevoli bis, nello scroscio di applausi e bravo che lo hanno travolto, ha ceduto alla struggente Moon river o all’incubo di Paranoid android. La mia anima semplice è rimasta lì, sospirosa, abbandonata. Voleva Someone to watch over me, O que sera. Voleva le carezze. Voleva sentire lo strappo. Lo strappo e le carezze. E invece è come se lui avesse tenuto fermo tra le mani per tutta la sera un foglio di carta velina, tirandolo con la forza necessaria perché si allungasse ma non si strappasse. Sono rimasta aggrappata alla poltrona di quella seconda fila, tesa come se ogni secondo stesse per crollare il teatro, la volta del cielo, il mondo intero. Ma lui ha tenuto tutto in piedi. Non ha permesso che crollasse nulla. D’altra parte che lui è crudele, io, lo sapevo già. Per questo lo amo da sempre.

09/11/2009

Un novembre come volevo

 

colligan trio.jpgIo questo fatto che tutti odiano novembre non lo capisco. Invece lo trovo mese straordinario per riempirsi la casa di amici e ascoltare jazz. Questi sono stati giorni caldi, densi; il forno è stato acceso molte volte e il cestino del pane era sempre pieno. Con Joe abbiamo camminato tanto per Bologna, telecamera in spalla e via dell’Inferno. La città aveva un colore grigio uniforme ma ogni tanto spuntavano virgole di rosso, di acceso. Odore di mandarini e pesce in via delle Drapperie. Ci son stati in questi giorni caldi molti tè presi di pomeriggio, le tazze viola e la teiera bianca. Tanti vestiti cambiati; e parole dette, abbracci. Mi piace cucinare per chi arriva, sedermi al tavolo di legno, guardare le sedie rosse nuove e la luce fuori sulla stazione – la Nina che corre; o conta fino a dieci in inglese; oppure magari canta canzoni incomprensibili con strani dialoghi fra animali. In questo novembre caldo son riuscita pure a far mangiare le zucchine all’amica riottosa; addirittura le pere con cannella e miele. Poi via fuori, con lei o da sola. La notte, l’asfalto, la macchina scura che sfiora i lampioni le case la gente dentro i cappotti e le calze scure. Io invece sotto il cappotto non porto calze ma stivali lunghi e alti. Tacco che caracolla e vestito corolla nero. Il jazz ha affondato bene i suoi colpi e io li ho retti tutti. Forse perché non si trattava di Brad, che arriverà venerdì e allora saranno sospiri e perdite di equilibrio. Stavolta ho sentito cantare una donna con una bocca piovra, medusa, pianta carnivora. La sua voce andava dove pareva a lei e giù tutti ad applaudire. Nel microfono si sentiva il tintinnare dei suoi bracciali e io mi son trovata a pensare che quando in teatro si spengono le luci, si fa silenzio e da dietro le quinte sbuca il musicista, allora è uno dei momenti più belli e preziosi. Osservare Uri Caine con la giacca da benzinaio, Dave Douglas col completo marrone da ragioniere e il polso erotico di Clarence Penn, il batterista nero dai denti in fuori, beh, ridisegna il concetto di felicità. Sono nata per stare seduta in una poltrona di velluto e ascoltare le mani delicate di Avitabìl, la tromba bop di Boltro e il groove swingante di Aldo Romano che lavora di spazzola e occhi chiusi, con una classe e un senso del jazz impeccabili. Quando poi arriva la domenica e Bologna è uno straccio umido, la Cantina Bentivoglio ci accoglie calda e gonfia di cibo. Luce bassa e energia compressa. George Colligan porta un cappello di lana che poi si toglie. In tutto sono tre, stanno a un metro da noi e suonano scivolando su rotaie rapide. Il batterista suda eppure ha un’attitudine da principe ereditario anche quando si asciuga il sudore con tovaglioli bianchi. E’ un novembre come volevo, come da tanto non vivevo più.

 
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(George Colligan trio, So sad I had to laugh, in Come together. Musica di un novembre caldo)

 

 

19/10/2009

Up

 Ho riso, ho pianto, ho tremato, ho saltato sulla sedia. Ho visto Up. E difficilmente potrò dimenticarlo. Non c’è solo questo vecchio che attacca uno strabiliante numero di palloncini colorati alla sua casa, per farla volare. No, c’è anche una buffa bambina sdentata e il suo amico dagli occhiali rettangolo. Ci sono libri d’avventura e di cose da fare. Eroi canaglia e medaglie fatte coi tappi di bottiglie. Storie d’amore lunghissime, straordinarie, normali; anzi straordinarie perché normali. Tu te ne stai lì seduta sulla sedia - gli occhi lucidi di pianto, una mano che asciuga il viso alla meglio, nel buio, l’altra che stringe le dita piccole della Nina - e davanti agli occhi ti s’apparecchiano nuvole, finestre, grattacieli, bufere, altezze vertiginose e sogni realizzati. Spazio, distanza, tempo, silenzio. E non fai in tempo a volare su, in alto, sollevandoti col fiato in gola sopra un cielo mutevole color palloncini, che ripiombi giù, a precipizio. Le rocce, la terra, il verde, la paura, il bisogno. Occhi rossi d’animale. Strane piume colorate. Ridicole voci di cani. Collari che traducono in parole i pensieri: scoiattolo! Laggiù è un mondo esplorato per metà, tutto alla rovescia. Dove si baratta quello che si era con quello che si è. Quando poi è tempo di risalire su, allora si combatte, si grida, si ride, si lanciano palle da tennis e si dondola ancor più nel vuoto, aggrappati a mostruosi dirigibili o appesi a case bruciate ma ancora vive. In aiuto solo la sfrontatezza impavida della vecchiaia e l’incoscienza buona della fanciullezza. Le musiche del grande Giacchino assecondano ogni palpito, lacrima e risata.
Il naso tondo del vecchio Friedricksen e il naso tondo del cane inadatto alla vita selvaggia; il sorriso bucato di Ellie e la fascia piena di medaglie del caracollante Russell; il lungo becco di Kevin e la voce del cagnaccio; il cielo e tutti quegli incredibili palloncini. Sono cose che non scorderò per molto tempo.

14/10/2009

La casa del barbacoa

 

riunione di poker.jpg

La casa del barbacoa è stata venduta. Ormai la notizia l’ho digerita da tempo. Eppure quella casa per me resta nostra. Della nostra estate in Vermont. Di quei pranzi del sabato ad arrostire salsicce e bere sangria prendendola da pentole enormi dove avrebbe dovuto bollire l’acqua per la pasta. Resta il luogo della  fuga controllata e dell’isolamento; un isolamento condiviso, dunque pieno di calore e di lunghissime partite a poker. Nico e la Cri mi mancano sempre. Penso sempre a loro. Certo anche gli occhi pastosi di Rob e i cappellini di Joe mi mancano; ma tanto Joe lo vedrò presto, lungo e dinoccolato e tutto preso dai suoi tipi loschi con le pistole. Mi manca pure l’aria svagata della Claire, che si vedeva che stava lì ma era sempre da un’altra parte. Mi manca la pizza formaggio e funghi di Flatbread e guardare dallo spioncino dell’appartamento privato se arrivava qualcuno, bere dai bicchieri rossi grandi di plastica e per la prima volta vincere a poker ed essere felici. E poi “perché non andiamo a fare il bagno nella sgiacuzi?”; nella notte, nella pioggerella fina, nei bicchieri di vetro massiccio riempiti di gin-tonic, nei capelli bagnati, nei vestiti bagnati, nel sonno improvviso e ciclopico che prendeva tutti quanti. Non ricordo un posto al mondo dove mi sia sentita così parte di qualcosa. Ero lì, con loro. Loro definivano i miei contorni e io i loro. Dopo le lezioni e gli appuntamenti di rappresentanza si usciva la sera e si andava da Mr.Up’s o magari dai Tre fratelli, in quel buco di paese dove non c’era nulla – ma dio se io lo amavo; e quanto. Non c’era nulla al di fuori, non vedevo gli altri, gli altri non erano che schegge nella nostra compattezza buona, solida: infatti poi alla fine ci si rifugiava nel salotto segreto a guardare libretti con le foto o semplicemente ad ascoltare la musica dal computer di Roberto, che mandava Rocky racoon, Hey Joe e Son of a preacher man. Mi mancano loro, sono un pezzo di carne che ho perso e non capisco bene perché, visto che io li sento sempre quaggiù incastrati nelle mie costole. Mi manca quel sentirmi protetta, perduta e libera insieme. Saper di poter prendere una macchina e viaggiare per strade di curve e di verde, fino a Boston. Salire su un tetto, coprirsi con una coperta e guardare giù le luci della città nella notte, con un vino spagnolo a scaldare le mani, lo stomaco, forse i dolori, le domande: “Sono uno stronzo, vero?” “Ma no, no che non lo sei”. Mi mancano così tanto i giorni a Burlington a fare acquisti e mangiare negli sporchi diner, perdere il portafoglio, tornare a prenderlo e per la strada mangiare bagel con salmone e formaggio e bere caffè lungo.

Ma mi mancano soprattutto la piccola riccia e il ragazzo dagli occhi che lanciano coltelli. L’ultima volta che ho visto lei era un maggio, si mangiava insieme, si sbriciolavano ricordi e si cercava di non ferirsi troppo con le parole. L’ultima volta che ho visto lui era qui e mi metteva sopra una coperta di lana colorata mentre io mi addormentavo sul divano, troppo sgomenta per dirgli grazie. Della coperta e di tutto il resto.


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(Son of a preacher man. Canzone del poker e del salotto segreto)

12/10/2009

Gioco d'azzardo

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(Paolo Conte, Gioco d’azzardo. Canzone che parla d’altro)

09/10/2009

Strade laterali

Prendo strade laterali e cammino. Il solito clima estivo di questo autunno. Non importa che stia per piovere: siamo comunque fermi a una qualche imprecisata estate e non c’è verso di spostarsi di lì. L’oggettino infila una dietro l’altra tre canzoni di quelle che beh, sì, grazie, c’è un senso alle cose: Scalza di Nada, Best days dei Blur e soprattutto Somewhere cantata da Tom Squarciamilpetto Waits. Sicché improvvisamente tutto diventa denso. Lo era già, ma così di più. E Bologna per queste vie laterali potrebbe essere un qualunque posto del mondo, un qualunque momento. E’ una città che non conosci, che ti è estranea e per questo ti appartiene: nel suo essere qualcosa che tu hai ma per metà, come tutto ciò che si ama di più. Passi davanti al pakistano che pulisce la vetrina del suo negozio di alimentari, superi la galleria d’arte con il quadro di Dart Fener, incroci lo sguardo dell’avvocato (forse è un avvocato) in maniche di camicia e cravatta, a fumare da solo sotto un portico identico a milioni di altri. Questo è tutto. Perché in quelle strade laterali passano in pochi. Io mentre ci passo penso che un anno fa annaspavo in mezzo a uno dei periodi più brutti della mia vita. Ma ora son qui. A guardare in su e sbucare all’improvviso in mezzo alla folla. Portata via da ragazzini coi capelli rasta, striscioni scritti male e megafoni che urlano lontani. Nell’estate lunghissima di questo autunno.

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(Tom Waits, Somewhere. Canzone che dà senso alle cose)

30/09/2009

Sono io il cerbiatto

cerbiatto.jpgOgni scelta è una rinuncia. E ancor più se la scelta è ponderata, sofferta, vivisezionata. Io ci metto ore, la sera, a decidere cosa indossare la mattina dopo; figuriamoci scegliersi una vita. Vuoi qualcosa e scarti qualcos’altro, perché tutto insieme non si può tenere - le mani son due e poi finisce che ti scappa tutto da tutte le parti. Le scelte acchiappate tutte in una diventano perdite e non potrai rimproverare nessuno quando vedrai sbriciolarsi pezzi di te. Sicché io ho scelto. Sicché ho scelto di stare un anno a casa, scrivere le mie grammatiche, vedere la Nina che cresce, avere tempo. Forse addirittura riprendere a girare in bicicletta (questo non credo che lo farò davvero). Ma oggi quando venivo giù lungo gli odiati tornanti io lo sentivo che me ne stavo andando prima di poterli amare troppo, lo sapevo che dopo non sarei stata più coraggiosa, né sufficientemente libera per farlo, per andarmene. Mentre scendevo giù veniva via con me la collanina col ciondolo a cuore e i brillantini azzurri: “Perché non si dimentichi di me, prof”; una collanina consegnata così, sul suono della campanella, arrotolata in una mano, in mezzo al pieno degli zaini e al vuoto di parole. Occhi trasparenti e chiari che io giorni fa avevo invitato i maschi sbruffoni a guardare, da quanto erano belli e spauriti; no, meglio: belli perché spauriti. Allora mentre guidavo dentro il sole e stropicciavo gli occhi, ho ripensato al salto del cerbiatto o al perfetto equilibrio dell’airone sul sasso, e ho capito che scegliere è sempre una merda. Ma va bene, si fa, è giusto. Perdo delle cose, che non sono soltanto quei quattro soldi mensili, ma soprattutto il codino buffo del bimbo di prima o la domanda “Prof, fammi un sorriso” ripetuta ogni giorno dal primo banco. Rinuncio a far saltare i ragazzetti sulla seggiola mentre leggo Barbablù o racconto film dell’orrore sentendomi in colpa perché sto usando il mio solito vecchio trucco dello spavento, i primi giorni. Perdo i volti del treno, lo spiarsi di vagone in vagone, il timidamente riconoscersi al treno dopo e le parole sulla focaccia di ceci o i tramonti metropolitani. Ma scelgo. Salto. Giù. Dal treno. Sono io il cerbiatto. Così ritrovo la mia città, gli spazi che amo, lo smog che mi rende viva, le ore a scrivere, e presto vestiamoci che si va all’asilo e un paio di teglie in più di gratin patate e funghi. Ho rinunciato a qualcosa che amo per qualcosa che amo. E da domani inizia un nuovo anno. Il primo ottobre si riparte, un po’ come quando andavano a scuola i nostri genitori col fiocco al collo e il grembiule nero. Non lo so proprio, io, se questo nuovo anno sarà meglio o peggio. Sarà diverso, quello sì. E a me manca solo di starlo a guardare e muovermici dentro.

18/09/2009

Dead End Mistery


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(Sondre Lerche, Dead End Mistery, in Duper sessions.
Canzone del treno prima dell’alba)

16/09/2009

Sette vite


Quando, venti minuti alle otto, io arrivo a scuola, ho già vissuto sette vite. Ho camminato nell’afa imprevista e troppo umida del binario uno; la stazione buia, i barboni accartocciati sotto le coperte e contro i muri. Ho trovato il treno chiuso e cercato di liberarmi del tipo che non si sa cosa diavolo abbia in testa per importunarmi alle cinque e mezzo del mattino: “Bella ragazza, dove vai? Vuoi chiacchierare?”. Ho preso l’acqua alla macchinetta e viaggiato per un’ora guardando fuori. Dove fuori nella prima mezzora è il nulla compatto, nella seconda sono montagne, alberi, fiumi, case sparse, piccole stazioni vuote. Alle sei e mezzo ho ormai finito di mangiare una spiga del mulino bianco mentre il mio estathè si accartoccia su se stesso. Ho allungato le gambe e sbadigliato nel vagone deserto, ascoltando Sondre Lerche oppure battendo forte gli anfibi per terra su Sexy mother fucker. Ho sorriso fra me almeno una volta. Bestemmiato mentalmente tre. Dato allo schermo del cellulare un numero indefinito di occhiate. Non sono ancora le sette, eppure io ho già sudato, starnutito, controllato l’agenda. Visto un airone immobile su un sasso di fiume. Poi sono scesa a Silla e mi son lasciata colpire dal freddo e dall’acqua, tanta acqua. E ho guidato. Su su su per una strada vuota che non finisce più e soprattutto sembra quella di Jack Torrance, se non fosse per il fagiano che starnazza all’angolo di un prato e la faina (forse) che attraversa lesta la strada. Ho tenuto sempre bene aperti gli occhi, attenta a non sbattere contro qualche cervo. Ho ascoltato la radio che mandava Tiziano Ferro, Lucio Dalla e qualche cretinetta che canta non so che. Poi ho fermato la macchina nel parcheggio; il cimitero alle spalle e il parco giochi davanti. Sono scesa. Sono sola. Piove, ancora. Cielo gonfio di nubi e di chiome d’albero. Ho camminato fino all’ingresso della scuola dove l’unica bidella mi apre la porta.
Ecco. Quando io venti minuti alle otto arrivo, potrei già voltare le spalle e tornare a casa: di sicuro ho già vissuto abbastanza.

14/09/2009

Il buio la pioggia la sveglia


E domani il buio la pioggia la sveglia che suona alle cinque il senso di vuoto e di più l’inutilità di trovarsi in un posto in cui sei soltanto qualcuno che passa di lì. Il freddo al mattino nella stazione che è cupa ed è vuota come un tubo o un barattolo vecchio. Il tergicristallo che va e che va e che va abbassi il finestrino e l’acqua ti bagna l’impermeabile idiota che porti addosso: Sei un genio? Sei una cretina? Spostati! Levati! - ti urlano bocche buie  nel buio attaccandosi al clacson feroce e spingendoti in senso contrario. La punta di quel campanile la vedi poi dopo sparisce nell’aria compatta di bianco di umido e nebbia. La nebbia pensavi tu fosse in pianura tu povera piccola scema e invece qui avvolge e cancella i contorni e i colori slavati dovunque di grigio di bianco e di nero. Che brutto che è questo posto e che brutta la gente che c’è. Perché non ti lavi i capelli? E perché indossi quei pantaloni con macchia di unto sul culo? Davvero non era importante lavarli cambiarli buttarli? Magari poi arrivano i piccoli. Son loro che ti guarderanno e ti chiameranno maestra sbagliando e alzeranno la mano per andare in bagno. Magari sì sarà bello così. Eppure per la prima volta, da lunghi dieci anni che insegni, ti sembra che non servirà a nulla, che ti sentirai grigia come quel fuori che odi, persa e inconsistente come quel posto che occupi, triste d’una tristezza fastidiosa, scoraggiata, livida.

03/09/2009

Smog contro Natura

Nella nostra New York personale, salire io e la Nina sopra un taxi, per dimenticare l’odiata montagna. Vedere le sue gambette che appoggiano sul sedile e gli occhi che guardano su, nel cielo striato di grigio città. La piantina che il tassista regala mentre lei, zitta, sorride. “C’è gente come in Riviera”, dice lui dietro gli occhiali scuri, fendendo le vie del centro come si taglia una torta. Quando scendiamo, abbiamo entrambe una borsa e poca voglia di camminare. Molta di bere. Infatti beviamo, io birra lei acqua, in una casa dai toni del verde e gli sgabelli come in un bar. Quando la sera scende, è l’ora di andare, perché comincia a far buio e due signorine a modo all’imbrunire rientrano. La città è calda, puzza e ha bagliori aranciati. In una parola è meravigliosa. Smog contro Natura 1-0, come sempre. L’idea fissa al momento è solo una: enorme colata di cemento su tutto il Corno alle Scale. Disseminare sui tornanti parcheggi, fabbriche, scale mobili, centri commerciali, enormi palazzi di vetro e acciaio. Mostri tecnologici che ti fissino a ogni curva. Dio, la gioia selvaggia di veder pietrificata sotto una colata lavica la montagna tutta. E alla fine, giù dal taxi mano nella mano, aggrapparsi a poche certezze: il clangore metallico dei tram, lo scambio dei fili della luce sopra le teste, il frastuono sporco delle macchine.  

02/09/2009

C'è tempo


C’è tempo per la poesia. Del momento in cui vedrò l’alba dal treno e starò ascoltando forse Fresu o magari Conte oppure qualche canzone totem dei Radiohead e sentirò una specie di perfezione assoluta galleggiarmi intorno. C’è ancora tempo, per quando guiderò su su per quelle curve e mi sentirò così pienamente dentro a ciò che faccio da sorridermi da me sola dentro lo specchietto. E son sicura, son sicura sì che ci sarà un giorno, un’ora, un minuto in cui guarderò gli occhi di un ragazzetto, lui guarderà i miei e mi verrà da ridere così forte che lo farò. Oppure gli stessi occhi mi guarderanno e magari mi verrà da piangere - ma quello invece non lo farò, anche se mi sarò commossa per uno dei soliti miliardi di motivi per cui ti fanno commuovere i ragazzetti. C’è tempo, molto, per quella pausa in cui sarà bello prendere il caffè con una collega, tirare su col naso il fresco del cielo, guardarsi intorno e vedere quant’è prezioso quello che c’è, notare il verde, il grigio, il celeste, il bianco, il verde, il verde, il verde. C’è tempo. C’è tempo per quel momento di fine giornata in cui il dondolio del treno sarà la musica migliore di tutte e vedrò il sole entrare dal finestrino e ritagliare un triangolo di luce arancione sul sedile di fronte mentre fuori infuria un gelido inverno. C’è tempo, c’è tempo per tutto questo.
Intanto, si registra un vorticoso giramento di coglioni.

13/08/2009

Riparto

 Nel naso ancora odore di pini e sabbia sudata che resta incastrata dappertutto. Quell’odore di mare che tornata a casa t’investe quando riapri le valigie, rappreso in una maglietta o nel flacone consumato della crema solare. Negli occhi ancora le strisce di luce e ombra davanti al terrazzino. Il cappello rosso della Nina. La sua pelle che diventava da bianca a rosa. Riccioli. Riccioli. Tutte le variazioni d’azzurro. E i suoni. Certi silenzi meridiani sulla spiaggia. Lo sciacquettio della piscina affollata. Persino il rumore dei bambini e Pesciolino rosso. L’aria fresca che c’era sul trenino. La schiacciata morbida e quella secca. L’incidente al naso e lo Zelante Soccorritore. L’odioso “giro pizza a tutta randa” e Capitan Canadòs. Sentirsi un po’ a casa fuori da casa. Ho ancora tutto questo addosso e riparto. Altri colori, altri suoni. L’abbacinante sud m’aspetta.

 
podcast

(P. Fresu – R. Galliano – J. Lundgren, Valzer del ritorno, in Mare nostrum. Musica per tornare verso sud)

21/07/2009

Note da Perugia. 2 / Gianluca Petrella Cosmic Band: esplosione, sberleffo, calore.

 

Petrella Guidi.jpgA me Gianluca Petrella è sempre sembrato uno caduto giù dallo spazio. Una specie di marziano. Un tipo lungo, dinoccolato, con l’occhio allagato di nero; e zitto. O almeno a me rimandava l’immagine di uno zitto. Perché io l’ho sempre sentito suonare il trombone, mica parlare. E me lo figuravo pensoso, nascosto sotto la sua rudezza timida, capitato lì sul palco come per caso. Così il concerto della sua band non poteva essere un concerto proprio normale. Infatti. Le luci sul palco non si accendono, tutto resta buio. Finchè dal fondo della platea, qualcosa: sono echi di trombone. Poi piccole luci. Musicisti dall’ombra. Arrivano esattamente come astronauti durante un allunaggio. Hanno in testa delle luci da minatori e suonano mischiando rumori e note. Scuotono campanelli. I fotografi non sanno dove guardare e scattano a caso. Flash, flash, flash. Scintillar di fiati, ringhiare di sassofoni, sbattere di tamburi. Sono lame che nel buio trapassano tutti quanti. Pubblico misto tra il divertito e l’attonito. Intravedo il pianistino Giovanni Guidi in un triangolo di luce che s’accende: porta anche lui un faro in testa e fa rumore. Quando insomma salgono sul palco e Petrella presenta la Cosmic band, l’applauso è prudente. Anche il mio. Così tutto l’inizio. Quel drappello di giovani musicisti produce ferraglie e dissonanze. Rivoli di free. Sovrapposizioni sonore sghembe, allineate ai lucidi chiver dei sax o alla coulisse del trombone. Storture. Divagazioni futuriste. Spari nel buio. Non mi piace. Mi piace molto. E’ questione di tempo, di accumulo di pezzi suonati. E’ come. Se. Tutto. Si andasse via via componendo. Dallo sbalordimento della deflagrazione al caldo farsi di un’idea melodica. Dall’esplosione fredda al fumo denso di un club di Harlem. Lo sberleffo (ma rispettoso) di Sun Ra e giovanili slanci del tutto perdonabili. Onde blues e ironie mortuarie da funeral jazz band. C’è qualcosa di ridicolo e mistico, insieme, in quello che fanno. Petrella ha un suono al trombone che è tutto classe e zampata. Dirige buttando oltre i microfoni le braccia e spostando il peso da una gamba all’altra. Un pendolo stralunato. Mi piacciono i due sassofonisti: hanno suoni e corpi solidi, reali. Improvvisazioni robuste, raschianti. Francesco Bigoni al sax tenore mette insieme degli assoli che fanno saltare sulla sedia e il baritono di Beppe Scardino è una roccia lavica. Arriva anche Paolo Fresu. Si butta là nel mezzo e si adegua. Il suono della sua tromba scintilla e si alza perfetto, limpido. Lirico come al suo solito. Si lascia anche un po’ spiazzare, tormentare dai ragazzacci che sbattono piatti mentre lui suona un pezzettone classico. Sono tutti sudati e stanchi e ridono e a volte a Fresu spunta un punto interrogativo sulla testa. Fantastico. Davvero fantastico. Perché poi arriva quella meraviglia di pezzo che è The cosmics; che sale sale sale e diventa una mongolfiera, un dirigibile, una bolla di calore commosso e pieno. Allora vorresti buttarti sul palco e mischiarti fra di loro, abbracciarli uno a uno, sentire la consistenza delle loro braccia e dopo andare tutti a bere e mangiare insieme. Poi Petrella alza il braccio destro e lascia cadere la sordina del trombone dall’alto. Il respiro si sospende. La sordina piomba giù. Tocca terra. Tutto finisce.  

(Gianluca Petrella Cosmic Band, The Cosmics, in Jazz italiano Live 2007. Petrella special guest Paolo Fresu. Una musica dirigibile, per animi infiammabili)

20/07/2009

Note da Perugia. 1/ Gabriele Mirabassi e il dialetto carioca

 

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Il teatro Morlacchi alle cinque di pomeriggio è perfetto. Ti rifugi lì dal sole, inspiri il velluto rosso delle poltrone, fingi una notte che ancora deve venire. Sul palco ci sono tre sedie vuote e tutti i fotografi impazzano là sotto perché guarda che incredibile luce batte lassù, aspetta ne faccio un’altra. Poi arriva Gabriele Mirabassi e suona. No, piglia il clarinetto e fa accadere di tutto. Lula Galvao e Guinga suonano le chitarre seduti e anche lui dovrebbe perché la sedia è lì, sotto di lui. Ma invece macchè, non ce la fa. Prima si alza un po’. Poi si rimette giù. Poi di nuovo su, tutto in piedi. Muove la gamba sinistra, salta, più volte sbatte contro la sedia, per poco non la scaraventa a terra. Salta ancora, ondeggia, ride, sorride, ride molto, chiude gli occhi, respira dentro quel miracoloso tubo nero e argento. Lo fa cantare. Lo fa piangere, lo fa gloglottare. Ci balla intorno. Soffia il Brasile là dentro e ci mescola il jazz. E Galvao e Guinga insieme, a suonare il suburbio di Rio, la malinconia, l’allegria, la tristezza, la fatica, il sudore e l’amore; sempre seduti. Soprattutto Lula che quando non suona sembra una statua immota, grigia, lontanissima, indecifrabile. Mirabassi si tuffa giù giù per le strade di vento e sole, scalzo, pazzo, lieve. Abbraccia il suo clarinetto e s’insinua lesto fra samba e baiao, azzarda un choro. Ride ancora. Raschia il didentro dello strumento e ne fa uscire seta. Lo maltratta e gli vuole bene. Strappa il legno in un assolo lunghissimo, rovente eppure dolce, estenuato. Il pubblico esplode, si spella le mani e non sa più se si trova al chiuso d’un teatro o nel mezzo delle strade di Rio, nel caldo pazzo dell’estate. Lo senti il mare? Annusa la sabbia, respira e guarda quella ragazza laggiù come balla: non siamo forse a Ipanema? E’ tutta una serenata, è tutta una poesia. E’ tutto un rimanere in bilico fra il pianto e il riso, fra il brivido e l’applauso. Ti viene da gridare ma anche da cantare. Mentre Mirabassi soffia il Brasile là dentro e ci mescola il jazz. E Galvao e Guinga dietro, le chitarre attaccate al corpo. Un dialetto carioca che ti sembra d’acciuffare proprio quando è già passato.


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(Gabriele Mirabassi – Guinga, Rasgando seda, in Graffiando vento. Musica in dialetto carioca)

09/07/2009

Come faceva freddo

Me ne torno a casa con la mia scorta di creme protettive e doposole. C’è un sole alto, un caldo abbastanza secco. Colori nitidi intorno. Sono contenta. E d’un tratto rieccola sbucare dall’oggettino: Nada. Già avevo avuto qualche difficoltà nei giorni scorsi con Grazie. Comunque io ascolto; e più ascolto e più sparisce il caldo; e più sparisce il caldo e più sparisce via la gente, via le strade e le macchine e tutto. Ci son solo quei sei piani di scale, quelle finestre e quei quadri appesi alle pareti. Insieme a un buco nello sterno. Io decido di restare nascosta dietro ai miei occhiali da sole ed entro in casa.

 


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(Nada, Come faceva freddo, in Nada trio. Canzone che buca lo sterno)

07/07/2009

7 luglio

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   (Billie Holiday, The way you look tonight)


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  (Frank Sinatra, The way you look tonight)

  

04/07/2009

Parole d'amore scritte a macchina


Ho sognato di nuovo Paolo Conte, oggi pomeriggio. C’era questo concerto dedicato a lui. Gente sul palco che cantava e ballava le sue canzoni. Ma era gente del tutto assurda, tipo la vicepreside della mia vecchia scuola, che proiettava delle luci verso il cielo con una torcia; i suoi capelli biondi apparivano metallici, lunari, gelidi. Io non capivo. Mi sentivo come dentro Stardust memories e la scena delle mongolfiere, ma non saprei davvero dire perché. Forse il tremolio delle luci o l’aria d’estate o la sospensione del tempo. Comunque le canzoni quasi non le riconoscevo. O comunque erano le canzoni che conoscevo meno. Così sono andata dietro il palco. Si trattava di un piccolo palco all’aperto, dunque dietro al palco c’era un prato e il cielo sopra, qualche stella. Paolo Conte era lì, seduto con le gambe penzolanti fuori dal palco, buio intorno, tutto una nuvola di mistero e baffi grigi intravisti nella notte. Parlava con due tipi. Uno lo conoscevo. Io l’intraguardavo nella notte, pensavo d’andare da lui, fare una cosa stupida come allungare la mano e dire: “Buonasera, sono qui per dirLe che io La venero e se Lei vuole può usarmi come tastiera del pianoforte mentre canta Parole d’amore scritte a macchina ma va bene anche una qualunque altra delle Sue canzoni”. E stando lì a pensare questo mi passava addosso una notte bellissima e fresca. Mentre progettavo la mia presentazione nonché sottomissione totale ai voleri del Maestro, ricordo che mi scioglievo i capelli, proprio come fanno le segretarie in quei film anni cinquanta prima di togliersi gli occhiali e farsi baciare dal capo. Avevo tutto uno struggimento dentro, mentre allungavo il primo passo sopra le assi storte del palco. Ma d’improvviso lui s’alzava e se ne andava e spariva. Mangiato dalla notte. Io me ne restavo ferma, stranita: non avevo fatto in tempo, non ero stata veloce, l’avevo perso, ero un’idiota. Il sogno poi non finiva ma in un certo senso finiva.

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(Paolo Conte, Parole d’amore scritte a macchina. Canzone per sogni pomeridiani d’estate)