31/12/2011

Il trentuno

 

È una magnifica mattina dell’ultimo giorno dell’anno, c’è poca gente in giro e io esco con dei guantini da sedicenne a prendere il pane. La Nina non ha la febbre da due giorni e ride, balla e divide con me i tortellini sul divano, guardando storie di cani e babbinatale. Che bello è quando suono il campanello e dal citofono sento la sua voce: Chi è? Sono la mamma, aprimi. Non lo so che mi piglia, ma allora quando la porta si apre e salgo su per l’ascensore, sento che sì, sto tornando a casa, in un cantuccio che mi sono ritagliata ed è nostro. E tutti gli altri fuori. Oggi è il trentuno e io sono felice. Infatti non sono di quelli che odiano il trentun dicembre, quelli che il trentuno è un giorno qualunque. Sciocchezze. Non è vero che lo è. Il trentuno è quando ti prende lo struggimento di guardarti indietro e pensare che anche questi mesi sono finiti, questi giorni tutti appiccicati insieme, stretti, pigiati uno addosso all’altro come troppe matite dentro la stessa scatola. Il trentuno è quando ti viene la voglia di preparare le lenticchie precotte della scatoletta di latta e berci insieme lo champagne. Il trentuno è un giorno bellissimo di un sacco di tempo fa passato per la prima volta qui a Bologna ed eravamo tutti così giovani e belli e con le gambe lunghe e buone - ancora. Il trentuno è il precipizio sull’anno nuovo che è un enorme buco nero di paura e di spazio e di tempo. Quel momento quando sei lì fermo in piedi col bicchiere in mano, senti i botti che scoppiano, vedi le luci fuori e dici auguri, auguri, buon anno! ma vorresti invece fermare tutto, tutto proprio esattamente in quell’istante, in quello specifico momento lì. Però il brindisi è finito, poggi il bicchiere sul tavolo ed è subito domani. Il trentuno è quella notte che vorresti non finisse mai perché il mattino dopo ci son le briciole sul tavolo, la cera che è colata sulla tovaglia e poi gennaio è sempre freddo e tutti siamo stanchi e uffa. Sicché davvero non li capisco quelli che chi se ne frega del trentuno dicembre. Io stasera brindo anche a loro; bacio chi è qui e penso forte chi non c’è ma io lo sento uguale; ringrazio l’anno che passa e prego quello che viene, affinché sia clemente, dolce e lunghissimo.

 


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 (Tom Waits, New Year’s Eve, in Bad as me. Canzone “for the sake of the auld lang syne”)

 

26/12/2011

Il Natale che è passato

 

cena di consolazione.jpgIl tempo è una ruspa e io ci sono dentro. Infatti il Natale quest’anno è arrivato e quasi non me ne sono accorta. Ormai è da un po’ che tutto scivola, scappa, sguiscia via; così veloce che non mi riesce più di pigliarlo. Prima mi pareva di riuscire a fermarmi e dire: ecco qua, questo è quello che sto vivendo. Adesso invece mi fermo e m’esce fuori un toh guarda cos’è che ho vissuto. Un giorno dopo l’altro si sono sovrapposti trecento bambini che cantano Let it snow, spettacoli dell’Iliade e spade di cartone, notizie americane di cui non mi fido e pranzi con spinaci bolliti; i regali bianchi delle mie capre appesi in camera, doppi compleanni e quegli auguri che ho potuto fare solo col pensiero. Giù, via, tutto insieme; bell’e andato. Questo Natale insomma è già finito e io me ne sto qui a guardare la Nina che dorme con la febbre alta e i capelli annodati. Ha scartato i regali tutta seria e non ha neppure mangiato di nascosto il quadrotto grosso di cioccolato fondente. Sicché è stato un Natale proprio strano. Diverso da come doveva essere, dimezzato, tutto arruffato, di termometri tachipirina occhi gonfi e angoli della bocca girati all’ingiù. Con il primo dentino che dondola scoperto la mattina presto e le tagliatelle al ragù preparate alle sette di sera - una cena di consolazione solo per lei, nella luce rossa delle candele.

Finisce il Natale e l’unica cosa che davvero voglio - sempre più spesso - è stare qui in casa, non incontrare nessuno, non parlare, preparare cose buone da mangiare e guardare film sotto al piumone. Da ora fino, almeno, a dopo primavera. Però ho un passaporto da fare e, soprattutto, una bellissima nuova collana color mattone. Allora vuol dire che dovrò per forza uscire. Mica posso rischiare di non vedere come brilla sotto il sole.

  


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(Tony Bennett, Christmas time is here. Canzone per il Natale che è passato)

20/12/2011

Buon compleanno

 

buon compleanno.jpgOggi è freddo come sei anni fa e c’è fuori la stessa luce chiara e rosa. Sotto l’albero t’aspetta un enorme pacco che stamani non hai voluto scartare e gli occhioni son tutti pronti per gli auguri; compreso il Capitano, che sfoggia orgoglioso le sue ferite di guerra londinesi. Io invece l’anno scorso ho avuto il primo degli immagino numerosi crolli che avrò: eri grande, eri adulta, eri già fuori di casa, avevi cinque anni. Oggi ne hai sei, indossi un cerchietto blu coi pallini bianchi e sai scrivere Buon Natale e il tuo nome in corsivo. Ti guardo mentre sali le scale della scuola, gli altri bambini mi sembrano spesso tutti mostri e tu là in mezzo una cosa preziosa e fragile e fortissima. D’una bellezza sfolgorante. A volte vorrei riacchiapparti per lo zaino e dirti: vieni, lascia stare, che ci vai a fare in classe? Andiamocene via e torniamo fra un anno: abbiamo un sacco di cose da fare insieme, io e te. Andare a New York, guardare Il gatto con gli stivali, mangiare patatine fritte con la maionese.

Allora buon compleanno, buffa bambina mia. Che sia per te un giorno di giochi e cose belle.

06/10/2011

Caprette

 

FxCam_1317909189920.jpgIeri non sono andata a scuola. Ero da un’altra pare, in un’altra città, per dire l’ultimo ciao a un’amica cui ho voluto molto bene. I miei alunni sapevano tutto, forse qualcuno gliel’aveva detto come mai non c’ero. E un po’, ieri mattina, mentre piangevo lontana da loro, mi aveva fatto sorridere l’idea delle grida di giubilo e delle capriole nei corridoi con cui le belve stavano di certo festeggiando la mia assenza.

Poi oggi son tornata. Quando sono spuntata giù dalle scale li ho visti subito da lontano - gli animali - che stavano tramando qualcosa. Schiamazzavano, ridacchiavano, erano scompostamente agitati e avevano gli occhi troppo luminosi. Un enorme lampeggiante rosso mi si è accesso in testa: pericolo - pericolo - pericolo. Insomma, facendo finta di nulla sono entrata in classe e loro erano tutti ammassati intorno alla cattedra. È stato un attimo e gli applausi mi hanno travolta, i bentornata prof si sono accavallati l’uno sull’altro e i bigliettini colorati pieni di disegni sono spuntati da tutte le parti. Di uno mi è piaciuta la parte finale: dalle sue caprette con tanto affetto, di un altro la possibilità di dare un bel 2 al qual è scritto con l’apostrofo, di un altro ancora la citazione dantesca nel mezzo del cammin di nostra vita incontrammo la nostra musa e di tutti ho amato i disegni buffi, i cuori, gli adesivi, i brillantini. Allora me li son baciati tutti quanti - sapendo anche quanto dà uggia essere baciati dalle prof. Ai ragazzi ho stampato le labbra sulle guance, le bimbe me le sono strette forte, ho detto un paio di sciocchezze e li ho rimandati a posto. Non ho pianto, ci tengo a precisarlo; ma dentro avevo un ovo sodo che non andava né su né giù. Era bello guardarli di sottecchi e vedere tutte le loro facce soddisfatte, le occhiate d’intesa. Erano contenti di aver fatto un buon lavoro e aver portato a termine la missione: avermi fatto sorridere tanto. Poi ho fatto lezione come ogni giorno. Ho interrogato a storia e ho dato un 6+ e un 7-. Ho spiegato il Risorgimento arrabbiandomi con il libro, come sempre, e infine sono uscita. Tutto normale. Eppure ero in un bozzolo. Sparita la sensazione di cappa opprimente esterna, restava soltanto un caldino buono dentro, quaggiù. Non ho smesso di sorridere per due ore intere, dopo. E magari certo, tutto quanto non era che l’implicito messaggio: prof, se ne resti a casa un po’ più spesso, via. Ma io lo stesso ero felice, sicura di trovarmi in un posto dove accadono cose belle, dove circola non solo la leggenda - imprecisa ma non del tutto errata - della professoressa Capecchi che una volta si dice abbia spaccato un banco con un solo pugno ma insieme anche tanto tanto bene. Sicché grazie, caprette mie. Nonostante la vostra essenza di capre, o magari invece proprio a causa di, io vi amo molto. Ma la prossima volta che mi presentate tutte quelle k al posto del ch lo sapete già da soli: io vi do 2.

03/10/2011

Gli orecchini che m'hai regalato


Un enorme cagnone nero, la risata che avevi, le piante che non ho fatto in tempo a vedere. Poi i dischi di Brad, il nostro primo abbraccio e un meraviglioso paio d’orecchini che m’hai regalato ma non potrò portare mai: non ho il buco alle orecchie, ecco. Sicché scusa se non te l’ho detto prima.

Mi mancherai, amica mia.

12/09/2011

Dopo un agosto di scarpe chiuse

DSC08110.JPG
Dopo un agosto fresco, di scarpe chiuse, foulard e ombrelli, ecco questo settembre estraneo, questa specie di estate calda e malata. Tutto un soffocare. C’è una brutta luce in giro e la città sembra grigiognola. Ma di certo è colpa mia. Il fatto è che agosto era una casina con le scale davanti al parco, il divano bianco e i pavoni che venivano a trovarci. Holland park avenue che poteva essere un qualunque viale alberato di Roma ma invece camminavi e di lato ti scorrevano Giraffe, Daunt books, Tesco, Paul e Starbucks. Giusto il tempo di entrare, prendere un americano tall e un pain au chocolat. Oppure il bottiglino di latte da mettere in frigo. E il tardo pomeriggio non sai dire la luce che c’era fuori dalla metro, quando uscivi da là sotto, respiravi e ti veniva da sorridere - ogni volta. Pareva d’essere già a casa, giù per la discesa, e c’erano questi cieli spazzati dalle nuvole, il sole che brillava dietro i rami ma con riguardoso rispetto e i muri delle case immacolati. Era bello camminare piano lungo il parco, con le mani piene di sacchetti e una stanchezza buona in tutto il corpo. Stare anche molto in silenzio con in testa la folla di facce tè barche odori hamburger collane leoni piedi biglietti autografi arie d’opera e menu. Non sembrava vacanza; piuttosto un temporaneo sublime intersecarsi della vita con la vita. Chi l’ha detto che vivo là e non qui, dove posso sdraiarmi sull’erba prima di Gerswhin e del tip-tap? Chi l’ha detto che questo giardino con le lucine al numero 26 di Abbotsbury close non è il mio? Ora guardo le buste cadute giù dal buco nella porta sul tappetino d’ingresso e ne trovo di sicuro una con il mio nome sopra.


DSC_4809.JPGInvece poi agosto è finito. Sparita Londra e spariti i tetti di paglia dei Cotswolds, sparite le pecore e la spiaggia di Brighton dai colori assurdi, la cui bellezza non è roba di questo mondo. Settembre eccolo, guardalo. Giorni sfranti, afosi, soffocanti. Sempre sudata nell’aula computer a incrociare quadratini, tutto il quotidiano da ripigliare, la noia di internet, la Nina che sta per iniziare la scuola, l’ansia che piglia alla gola se pensi che tra una settimana, fino ai prossimi tredici quindici vent’anni sarà tutta una caduta a vortice verso la necessarietà. Mancano molto, adesso, i giorni in cui eri sicura che la vita era quella, non ce n’era un’altra; dovevi solo decidere dove mangiare le prossime eggs benedict, in quale parco portare la Nina, quanto lontano tirare il sasso.

02/07/2011

Mi fermo per poco


Non ci vengo spesso, a Pistoia. E quando ci vengo mi fermo per poco. Scalpito, mi agito, scappo via. Oppure mi chiudo in casa e sto solo sdraiata sul letto a leggere, tutto il tempo. In genere ci vengo durante le vacanze di Pasqua, in qualche fine settimana, magari in gita con le belve. Oppure d’estate, come ora, che ci son da festeggiare quattro compleanni. Non importa che alcuni siano già passati da molti mesi; noi ci vediamo lo stesso, ci compriamo un regalo per uno e li festeggiamo tutti in una volta. Stavolta ci siamo rintanate in un piccolo chiostro pieno di piante e vecchio blues pistoiese, di quello che si sentiva una volta in posti come il Risidò. Poi abbiamo dato fuoco al sacchetto del pane e abbiamo ricordato tutte le persone che fanno finta d’averci dimenticato. La Sala più tardi era un grumo di animali stolidi col bicchiere in mano. Gazzelle secche, pappagalli colorati che ciondolavano le teste, sorrisi tirati e pelle lucida. Era caldo, era tutto compatto eppure slabbrato. Erano tutti . La testa mi sciaguattava senza tregua: forse il prosecco, forse lo sherry, ma soprattutto il disagio pungente che qualcuno (non) mi riconoscesse. Volevo solo andarmene e sedermi a un altro tavolo, con un altro bicchiere e le mie tre amiche. Volevo fare come ho fatto il giorno dopo, che son venute qui a casa di mattina: le bambine a inseguire i gatti e la tartaruga, noi a provare scarpe e vestiti, regalando a una le zeppe rosse di quelle camminate a Middlebury, a un’altra l’abito color prugna che avevo una volta in valigia ma non ho mai messo. Ieri sera avevo poi un incontro importante. Son tornata sulla Sala arrampicandomi sui miei tacchi con la palla fumé sopra. E per fortuna si respirava, non c’erano branchi ammaestrati in giro ma spazio e tavolini dove sedersi. Lei si è stagliata contro via Stracceria tutta vestita di nero ma lucente, con una macchina fotografica a tracolla e una bambina tutta rosa accanto. Non c’è stato un momento, mentre si mangiava salame del Trentino e un Muller Thurgau che non volevamo, in cui non mi sia sentita felice di dov’ero e come. Mi veniva sempre da ridere, da abbracciare, da ascoltare. Mi veniva da pensare che sì, quella è proprio una voce da cantante. Vagamente arrochita, modulata sui toni bassi, avvolgente. Rotonda come gli orecchini-sole che portava. La bambina saltava, giocava, sorrideva e parlava al telefono in un inglese soffiato e dolce. Noi si discorreva di Londra, vecchie professoresse, uomini e fotografie. Alla fine mi son rimaste tre cose da chiedere alla donna dagli orecchini-sole: la prima terna di vini memorabili; il nome di quel gruppo per cui ha preso un giorno di ferie; rivederla presto.

17/05/2011

Istanbul, l'imprendibile


taksim tunel.JPGMentre percorro in taxi la strada dall’aeroporto al centro di Istanbul, mi guardo intorno e vedo Casalecchio di Reno; o i palazzoni del Pilastro; ma anche certi svincoli più desolati dell’asse attrezzato. Poi allo smilzo tassista in giacca traslucida grigia suona il cellulare e dentro la macchina ecco “Lasciatemi cantaaaare, sono un italiano”. Fuori dal finestrino c’è un mare piatto e opaco; più parchi spogli con gente che si scatta le foto o mangia seduta sulle panchine. Prima d’arrivare, ci inghiotte un muro lento di auto - fuori intanto palazzi rovinati, strade affollate, venditori d’acqua e di ricariche telefoniche. Ci passano accanto gli autobus, vecchi, con dentro molti uomini che hanno tutti lo stesso sguardo: quello di chi non va da nessuna parte in particolare, ha mille ore di viaggio alle spalle e potrebbe averne altrettante davanti senza che nulla cambi. Occhi in un’attesa senza fretta, vacua. Occhi senza progetti. Mi sento per un attimo sgomenta ma poi preferisco scollarmi di nero, salire su scarpe da signorina a modo e incamminarmi a Beyoglu per una strada fitta di gente, negozi, luci dondolanti senza che sia Natale.

Il 360 se ne sta lucido e vibrante al settimo piano di un palazzo fatiscente con un tipo lungo e secco e un altro vecchio e grasso che ci guardano dal sottoscala mentre si fa la fila davanti all’ascensore: i due hanno lo stesso sguardo di quelli sull’autobus; ma loro non stanno andando da nessuna parte. Sono  lì, fermi, e non fanno nulla. La grande terrazza del ristorante si apre su tutta la città e forse l’aria fredda di metà maggio, forse il vino pessimo o tutte le persone nuove a cui ho stretto la mano mi fanno sentire bene. Bevo vino, poi tè bollente, guardo la città luccicare là sotto, mangio meze indistinguibili nel buio e dico le mie due o tre parole d’inglese. Sorrido molto. Sorriderò molto per tutto il tempo di questa vacanza.

luci.JPGLa mattina dopo girare per le strade è trovarle deserte, spiare dietro i portoni dischiusi e umidi, guardare l’uomo coi baffi che annaffia la verdura con una pompa. Cercare di non farsi schiacciare dal tram rosso che fa su e giù tutta Istiklal caddesi. Qualche gatto raspa nella spazzatura e Burak ci guida discreto attraverso anfratti e tavolini bassi. Ha una voce buona, occhi attenti, gentilezza: mi piace. Mentre bevo un caffè così denso da smerigliare la lingua, osservo la bambina libano-tedesca seduta di fronte a me e sento più forte la mancanza della Nina: dov’è? Perché non è con me in questa città che stenta a entrarmi dentro? Ma è già tempo di prendere un pulmino, fare all’incontrario le strade con il sottopasso delle biciclette appese e arrivare a Sultanhamet.

Mi aggiro per l’immenso Topkapi e dentro Aya Sofya con tutto quell’oro, le scritte arabe e le volte collassate e poi ricostruite. Io che non seguo una parola delle spiegazioni, mi annoio, non m’interessa sapere chi ha fatto cosa ma voglio solo guardare, chiacchierare, girovagare in questo posto che mi sfugge, inseguire i fazzoletti delle donne, annusare la carne bruciata e l’aspro del pesce. Guardo in su, cerco minareti, cerco cupole stondate e gialle, cerco luci azzurre, cerco l’oriente e lo trovo: ma qua dentro non mi si muove nulla. E’ bello, sì, ma mi piace di più pranzare con il mar di Marmara laggiù sotto, mille accenti inglesi diversi e ancora mille antipasti – le melanzane ripiene, l’hummus sul pane, quei sapori un po’ greci un po’ chissà, il kebab al sesamo. Accanto ho Jarmo, di fronte Graham, più in là Tor, là dietro Kojsto e in fondo Murat. Arriva la fanciulla vestita di veli e porta baklava al pistacchio. Arrivano i camerieri con la giacca scura e versano il caffè da minuscole brocche di rame: lo vedo scendere pastoso e sporco giù nelle tazze. L’aria è piena di leggeri ciuffi bianchi che volano qua e là e si fermano fra i capelli. Quando c’inabissiamo nella Basilica Cisterna, gocciola dappertutto, si scivola, si traguarda oltre le colonne e oltre le luci tremule: è un sottomondo romantico e suggestivo, da cui però non vedi l’ora di fuggire. Vuoi l’aria. Via, via, via. Sicché camminando s’arriva al Gran Bazar. Non so quante strade che s’incrociano, volte dipinte, ciotole di tutti i colori, lampade cappelli tappeti bicchieri pantofole veli anelli scatole pantaloni e collane di poco prezzo, brutte. Ma brutte. Come quasi tutto qua dentro. Eppure tutto insieme, così, un oggetto ammassato sull’altro, quasi ti piace, quasi pensi: in fondo è bello, guarda. Ma, di nuovo, è più bello fermarsi su una pancaccia, una stoffa a righe buttata sul tavolo, ordinare un altro the e parlare. Dietro c’è l’omino delle nocciole; tutto intorno, il sole che vien giù portando una stanchezza assoluta. Non comprendi questo posto ma stai bene, ridi. Che t’importa, in fondo?

 

merenda in barca.JPGÈ però la sera che cominci a capire qualcosa. Cammini per le vie che si sfaldano, in mezzo a matasse di persone che seguono percorsi imprevedibili, l’asfalto bagnato per terra e i locali che scoppiano: allora te ne accorgi. Questa città non ti appartiene, non ti ci riconosci, non ha nulla di tuo. Lo sai tu, lo sa lo svedese con cui parli, lo sa il tedesco che siede di fronte a te a tavola. Ci scherzate tutti un po’ su; ma con dentro, forse, qualche bava di disagio. Sei stata seduta a una lunga tavolata in quell’assurdo posto del Karavansaray, hai visto la ragazza dai milioni di capelli e di fianchi che ballava la danza del ventre, hai cantato e riso e fatto ridere e lasciato tutto il cibo nel piatto. Sei stata - per davvero - felice. Ma non era la città, non era questa musica che non ti piace e questo caffè che al terzo sorso è da buttare. Eri tu. Erano le persone che venivano da tutto il mondo e stavano lì con te. Ecco, sì. La città attraverso il sorriso incredibile del sudafricano e la sagoma vichinga del norvegese; l’accento strascicato del brasiliano e la risata rotonda dell’australiana. Certo, attraversare il Bosforo in barca, col sole e il vento e gli alberi verdi e rosa sulla riva e uno simitçi da addentare non è stato roba da poco. Ma il segreto di questi giorni, insomma, sta tutto da un’altra parte. Istanbul brilla e marcisce lontana da te, del tutto estranea, imprendibile. La sua meraviglia è mostrarti chi sei, quanto ami ciò che hai. Ciò che tieni vicino. La via che scegli sempre di fare.

 

30/04/2011

Indecifrabile

Quelle giornate che vorresti un autunno inoltrato, per chiuderti in casa e accendere il forno. Cucinare una barozzi al cioccolato, disegnare zucche arancioni e poi la sera stare sul divano sotto una coperta di pile, mentre intanto tutto intorno quell’odore di cucina calda, di cose buone, di sfinente fanciullezza. Invece è primavera. Umida e grigia, ma primavera. Sul terrazzo ho fiori viola, rosa, bianchi, rossi. La Nina è qui che fa le bolle di sapone ed è tutta un saltello. Io ho l’umore come il cielo qua fuori: indecifrabile. Vorrei guardare Glee tutto il giorno, per stordirmi di canzoni e armadietti nei corridoi. Oppure anche ascoltare di continuo Paolo Conte, mentre guido in macchina. E certo Paolo Conte non è roba da primavere. Sarebbe bello se fossero ancora quei mesi in cui ci sono gli alunni da conoscere per bene, lunghe settimane di scuola che si apparecchiano davanti, duemila pagine del registro ancora da firmare. Invece macché. I giorni mi sgocciolano via dalle mani e mi par di soffocare da quanto tutto scorre: una palla di vetro che rotola rapinosa verso la fine, con me dentro. Di solito aspetto il mese di maggio con ansia e molto amore. Quest’anno mah. Quest’anno boh. Quest’anno non so. Vorrei fare come si faceva con le cassette quando il nastro era uscito: infilarci una matita dentro e arrotolare indietro.

15/04/2011

Pistoia, le gite e le cuffiette

la piazza dal tavolino del bar.jpgLe gite son fatte un po’ così, che guardi i paesaggi scorrere fuori rapidi e poi ascolti le canzoni dividendo in due le cuffiette dell’ipod. Ti viene in mente quando ancora avevi le cassette che giravano nel walkman ed era il tempo dei Duran e degli Spandau e tu speravi sempre che Through the barricades arrivasse al momento giusto del giorno, del viaggio, della fila dell’autobus. In fondo non è cambiato nulla. Loro sono tutti sprofondati nei sedili, indossano felpe col cappuccio, jeans stretti e converse ai piedi. Hanno gli stessi occhi lucidi, le mani sudate e si parlano dentro le orecchie sbriciolando parole che rotolano via sui binari. Attendono qualcosa che non sanno ma intuiscono. Per questo sono radiosi, eccitati, invasi dal terrore ma smaniosi di non perdersi neanche un pezzo di questa giornata. Scorre un’altra canzone, il contrabbasso snocciola Your own sweet way ma anche lontanissime frasi di De Gregori tipo quella dei giocatori che li vedi dall’altruismo e dalla fantasia. Fra te e loro giusto un paio d’anni di differenza.
Poi arrivi a Pistoia. Che ha strade vuote e impalcature ovunque. Le piazze e le chiese sono quasi deserte, attraversate da commesse con le facce color mattone, avvocati ingiacchettati e donne dai tacchi grossi di camoscio che picchiano sulle pietre antiche. Le piazze e le chiese sono piene solo di noi, dei nostri ragazzetti, delle amicizie di una vita e degli accenti vecchi che sembrano nuovi: ti accorgi quanto ormai sei lontana da qui quando senti gli alunni pistoiesi spiegare la facciata del Battistero o la Sala e resti trafitta dalle lori voci. Il modo di piegare le frasi e dire le parole suona ai tuoi orecchi come completamente estraneo, sicché ti viene da sorridere anche se - dentro - qualcosa scricchiola e ti escono fuori dalla bocca frasi superflue: “Beh insomma la piazza è proprio bella, no?”. Già, proprio bella. Le nostre belve spargono chiazze di gioia scomposta in questa città zitta che oggi mi sembra una cartolina, una scenografia che quando me ne vado viene di certo smontata e chiusa da qualche parte. Pistoia non esiste; e guardarla seduti dal tavolino di un bar mentre loro mangiano, disegnano, ballano e s’accapigliano dà al pomeriggio un’insolita quieta pacatezza, un distacco da tutte le cose che forse il freddo accentua.
Nelle gite scolastiche succede però così, che non fai in tempo ad abituarti a come ti senti che subito lo scenario cambia. C’è da andare, comprare cuori, prendere un altro treno, buttarsi nel grigio ghiacciato della montagna e comunque leccare il gelato. Quando il tempo sta per scadere tu te li guardi ancora meglio e ti sembrano tutti belli e buffi. Ci sono Narcos, Don Johnson in occhiali da sole e il picchiatore ucraino biondo e altissimo. Le bimbe coi braccialetti nuovi e quelle che si tengono per mano. Finisce che chiamano pure quelli che non hai fatto venire e ti verrebbe da dirgli un sacco di dolcezze ma ti trattieni (forse).
silenzio.jpgPoi c’è quel momento quando tutti s’arrampicano su per le scale bagnate. Tu ti siedi e loro spariscono dietro la torre. Resti sola, non c’è più nessuno. Guardi il cielo livido, le montagne in fondo, le case che ti si chiudono addosso. Ascolti il silenzio. Sospendi il respiro. Nient’altro. Sei l’unico essere umano al mondo e ti sembra di avere la chiaroveggenza su tutto. È quel miracolo che ogni tanto ti capita, quello di quando dici: ecco. Ma è solo un attimo, un niente. Poi tutti si scapicollano di nuovo giù, senti le voci, il trotto dei piedi, il loro prooooof!, lo scrocchiolare delle scarpe sull’acqua. Via, bisogna tornare a casa.
La luce quando torni dalle gite sembra sempre la stessa. Non lo so bene perché. Forse è quel buttarsi sui sedili e appoggiare la testa, lasciare che tutta la stanchezza e i passi accumulati ti vengano addosso, essere più indulgenti. Non riuscire a smettere di ridere quando lei con quegli occhi azzurro ghiaccio viene lì e dice tranquilla: “Di solito mio padre arriva in ritardo oppure non viene”. Ridi, sei così stanca, ridi, ridi e non ti va di preoccuparti mentre ti vedi già a passare la notte sotto un cartone della stazione di Borgo Panigale aspettando invano. Poi il padre invece viene e si stringono mani, si spezzano sorrisi, si danno baci sulle guance, si sciama via tutti sotto una pioggia che c’è e non c’è. Alla fine resta quel disco di Paolo Conte dentro la macchina e tu sai che è il disco sbagliato per almeno due miliardi di buone ragioni ma del resto quello hai e allora te lo tieni, così come ti tieni il baluginare struggente di Babilonia, Ninive, Memphis e Luxor. Resta il caldo buono che ti porti addosso, sulla faccia, sui capelli spettinati e il rossetto scolorito, il caldo nonostante l’aria fredda che circolava per le vie. Resta intorno al polso un braccialetto che ti ha regalato la bimba cinese con la frangia sugli occhi: lo guardi e brilla, nella notte che viene giù senza fretta. Lo guardi e la notte t’inghiotte umida mentre le ruote fanno il giro della rotonda, il tuo stomaco s’attorciglia e fai finta d’avere fame ma tanto mica è vero: è solo la gita che finisce e ti lascia piena e vuota, allo stesso tempo.

 podcast

 

(Spandau Ballett, I’ll fly for you. Canzone delle gite e delle cuffiette divise)

07/04/2011

Il parchetto


IMAG0220.jpgNon so dire quando abbia preso ad amare il parchetto fuori di scuola. Forse addirittura due anni fa, nei miei arrivi con gli occhi pesti e le notti insonni sulle spalle. Quelle panchine di legno che mi accoglievano, quando spersa guardavo le facce estranee che mi circondavano; quando aspettavo l’ora di rientrare in classe; quando volevo starmene sola a piagnucolare senza nessuno che mi vedesse. Sicché quando a settembre l’ho rivisto, dopo più d’un anno, ho sentito certo qualcosa. Ma poi non c’ho fatto più tanto caso. Adesso invece è da un po’ che lo guardo, lo annuso, ci vivo dentro. E’ bello quando piove, tutto grigio e slabbrato e gocciolante. La fanghiglia s’attacca ai tacchi, le pozzanghere sfasciano l’erba ed è tutto uno scivoloso procedere a tentoni, per non cadere, caracollare giù. Mi piace quando è buio la sera alla fine delle riunioni e le luci delle case più in là traspaiono di dietro a qualche ramo secco e nero. Le colleghe che sgusciano via rapide dentro le macchine: ciao, ciao, a domani. Ma ancor più mi ci perdo adesso. Che arrivo e ogni giorno c’è un colore nuovo, un albero che non avevo visto, settemila verdi diversi e tutti quei rami rosa. Adesso con questo caldo anomalo e il prato pieno di mamme bambini passeggini cani e altalene che vanno su e giù. Quei pomeriggi che esci da scuola e dici: ehi, guarda quant’è bello questo Central Park. Quelle sere che fai per girare la chiave nella macchina e ti colpisce, con imprevisto anticipo, l’odore dei tigli: ma siamo solo all’inizio d'aprile e infatti l’odore sparisce subito e ti lascia lì così, a chiederti se era soltanto una specie di ricordo. Non so quanto amo quei dopomensa a guardare come mutano le forme degli alberi e le attività dei ragazzetti: d’inverno a rimpiattarsi dietro i cespugli, adesso a stendere camicie nell’erba e rimanere sdraiati sotto il sole per lunghissimi minuti. Passerà anche questo insolito aprile estivo, è ovvio, lo so, ma io per ora me lo piglio. Mi inoltro nei vialetti di là dal campo sportivo, aspetto l’ora di pranzo, regolo l’umore su Tony Bennett o Marvin Gaye e guardo di lontano i ragazzi sciamare qua e là: i prati pieni di zaini, calci, grida, risate, sudore, ciao prof! – i prati d’un tratto deserti. Solo io là nel mezzo sopra una panchina. Amo il mio Central park e sapere che per arrivare a scuola devo per forza passarci dentro mi rende felice. Infatti sorrido, allungo il passo, entro in classe. Oppure ne fuggo, nascondendomi dietro file di alberi lucidi e piste da bowling abbandonate.

29/03/2011

Giorni così pieni


Guardo la pioggia che scroscia sopra i finestroni e intanto racconto di Verlaine e di Rimbaud e del colpo di rivoltella. Ho caldo; sempre. Anche se l’acqua si rovescia sui vetri e tutti col naso in su che la studiano e pensano agli ombrelli da tirare fuori. Io invece penso ai listelli di legno lunghi due metri, se nella mia macchina c’entreranno sì o no. Poi guido e ho unghie cortissime color corallo: le tamburello sul volante mentre Aretha Franklin canta Don’t play that song for me più un sacco d’altre canzoni che avevo dimenticato. Mi piace parecchio cantarle a bassa voce mentre mezzo spiove mezzo no, il cielo su Bologna un secchio di ferro che rotola di qua e di là, col suo sdung-sdung-sdugudùng. Son giorni così pieni e compressi che finisco per non avere sonno, la sera. Come adesso, che devo ancora lasciar uscire fuori note, passi, facce, mani, sacchetti di chiodi, murene, lampade d’Aladino e cinque sei sette otto. Son giorni in cui vado a scuola con un cambio d’abiti e di scarpe dietro: c’è da provare, c’è da saltare, c’è da mettere in fila i ragazzetti e farli diventare una perfetta macchina da guerra hip-hop, dopo aver lavorato sul complemento d’argomento. Son giorni fatti in un modo che mi fa sorridere spesso. E molto. Trovare per caso della cioccolata fondente ancora da aprire in un sacchetto abbandonato nel bagagliaio della Ka non è l'ultimo dei motivi. Ma anche il sapore della nutella che si scioglie sulla lingua mentre te ne stai ferma in piedi sulla porta dell'aula e li guardi tutti lì seduti per terra, in cerchio, a raccontarsi faccende d'amore. Quel languore scemo all'altezza dello stomaco.  

23/03/2011

Già arrivati qui

Gli Champs-Élysées di via Paolo Costa hanno gli alberi esplosi di fiori rosa e nell’erba fuori dall’aula è tutto un apparire di margherite. Mica me n’ero accorta, che eravamo già arrivati qui. A quei giorni in cui prima hai il piumino e alzarsi alle sette è un pugno in faccia su sfondo grigio; poi d’improvviso strizzi gli occhi contro la finestra, c’è questa luce dappertutto e devi metterti gli occhiali scuri che non sono ancora suonate le otto. Scioccante. Bello. Allora lasci le calze nel cassetto e con una lunga sciarpa di fresie e chiffon guidi la macchina verso un Castorama che ha cambiato nome e in mezzo agli scaffali ti scappa da ridere; oppure stai coi ragazzini all’aperto e li guardi tutti appollaiarsi su irregolari biche di terra come tanti granchi sullo stesso scoglio. Ti piacciono, li senti vicini, ti dispiace che tre di loro non verranno in gita perché così è deciso.
Le mattine e i pomeriggi sono elastici che prendi e tiri come ti pare, in luoghi che ormai senti tuoi, che provi a guardare come due anni fa ma che invece hanno contorni del tutto diversi, più stondati, ariosi. Allora pestavi le stesse scale ma ti si chiudevano i muri intorno. Ti pareva d’essere inghiottita e risucchiata giù, in fondo. Un cupo senso di vertigine se ne stava lì appiattito dietro gli armadi, pronto a pigliarti alla gola. Ora invece apri la porta dell’aula ed entra un sacco d’aria. Saranno le ginocchia nude o il fatto che i tortelloni della mensa non li mangi proprio più, ma una certa lieta trasparenza ha invaso le stanze. Così si respira. Eppure, ecco, in giorni belli come anche questo, fatti di pause pranzo con il sole di sbieco sui banchi e i brownies nascosti dentro gli armadietti, t’accorgi che basta una parola, un taglio di voce, una scalfittura per farti sentire l’idiota perfetta che t’eri dimenticata d’essere. Oh, fanculo.

13/03/2011

Un bel sabato

Ci sono quelli che il sabato si appoggiano a qualche colonna e si baciano così, ritti in piedi contro il pomeriggio e dentro i cappotti e la gente che passa di lì. Hanno un’età qualunque ma comunque sono giovani. E si appoggiano ai muri scrostati e io lo so quel languore che hanno alla pancia e il lucido degli occhi. Poi passa un tram che devono prendere e allora vanno a casa coi capelli spettinati e chi li vede li vede con lo sguardo perso e il sorriso ebete di chi non ha concluso nulla ma ha ancora tutto da fare. Poi ci sono quelle con la riga nera sotto gli occhi e i leggins e le gambe grosse; loro tengono in mano le bottiglie di birra e bevono attraversando la strada, insieme alle amiche che anche loro ciondolano la bottiglia col polso molle e ridono, spalancano la bocca coi denti brutti e si spingono disperatamente infelici. Poi anche un sacco di gente dai contorni estranei, oscuri. I loro occhi sono pozzi, crateri, voragini. Fanno paura ma sono bellissimi. Dove vanno? Perché son venuti qui? Da dove sono arrivati? Io me ne cammino in mezzo a loro e stringo un sacchetto di vestiti nuovi che metterò, tutti, uno al giorno durante la settimana. Una collana, una maglia con le scritte anche se dovrebbero portarle solo i ragazzini, un braccialetto rosso di rafia e un flacone di Issey Miyake, l’eau de parfum, quello più forte, che nelle ultime settimane mi ha dato un po’ alla testa e mi piace sentire affondando il naso dentro la sciarpa. Cammino verso casa e la notte scende sui tetti e le canzoni mi trapassano le orecchie. Penso che è un bel sabato e che sarà una bella domenica, come infatti è, che ho ballato, mangiato brownies, dormito, cucinato crescentine, bevuto fino a ubriacarmi e preparato tutto per domani mattina.

09/03/2011

Tre

Due momenti, oggi; anzi tre. Uno è stato verso le nove e venti, quando camminando verso il bar con le colleghe dell’ora buca, una indica per terra e fa: “Guarda, una rosa rossa”. E infatti c’era questa rosa, rossa, grossa, perfetta, buttata in mezzo all’erba secca. Io ho guardato giù poi nessuno ha detto più nulla e ci siamo infilate nella striscia calda del baretto per i nostri cappuccini.
L’altro è stato verso l’una e venti, mentre m’ero nascosta a leggere Esche vive e stavo lì e sorridevo dei maldestri amori di Fiorenzo e Tiziana e poi d’un tratto ho alzato la testa, era l’ora d’andare a pranzo, farsi preparare il piatto e bere il Müller Thurgau, più un vino rosso ignoto, più il Moscato, più il liquore al cioccolato, più un caffè che non so bene perché ho buttato giù così amaro.
Il terzo è stato quando son scesa di macchina, alle otto di stasera, e sopra i tetti di casa mia pendeva un ritaglio di luna, luminoso e netto da fare male; da farti dire: quella è la luna, sì, e io me la piglio.

05/03/2011

Prisma

Oggi Bologna era un prisma. A ogni svolta mi sembrava d’essere da un’altra parte; e in un altro momento. Per un attimo, quando ho distolto lo sguardo dalla vetrina e ho camminato rasente il muro sotto la misteriosa via De’ Musei, ero a Roma, era dicembre e i sanpietrini sbrilluccicavano per terra. In via Drapperie c’era invece Parigi, c’erano i fiori e il ferro battuto. Poi non ricordo neppure perché, che cosa ho visto o quale odore m’ha presa, ma ho pensato che mi sentivo proprio come quando, un anno fa, camminavo stupefatta per le vie di Londra. E sicché mi son sentita bene, ero dove volevo essere, in un posto che è come lo voglio, per metà estraneo.
Mi piace uscire e prendere possesso della città, dragarla, girare un angolo nuovo per entrare in un negozio vecchio, che conosco. Mi piace camminarla tutta, pensando a cosa mettermi domattina o a quale regalo portare. I caffè che prendo, le facce che incontro, i sacchetti che appendo al braccio e gli autobus su cui salgo: sono tutte sospensioni, buche temporali, varchi. Questo sentirmi a casa in un luogo che non mi appartiene è bello, credo. Specie in giorni come questo, che le strade e le persone sembrano tutte immobili, pronte a diventare qualunque cosa, qualunque posto. Di questa città, alla fine, amo il fatto di non essere la mia.

                                                

01/02/2011

Nonostante me

Ci sono in certi giorni canzoni che t’inchiodano alla sedia e ti lasciano lì, immobile. Sarà la musica, saranno le parole o sarà quell’aria di neve fuori dalla finestra e dentro la testa. Ma certo rimani con nulla da dire, un poco da piangere, la voglia di tirarti una coperta addosso, bere un estathè e chiudere fuori l’inutile. Sicché oggi è uno di quei giorni che una di quelle canzoni è capitata. Me la tengo stretta. Mi ci avvolgo bene dentro e poi esco, contro febbraio.

  
podcast


(Lorenzo Jovanotti Cherubini, Un’illusione. Canzone in cui avvolgersi dentro)

 

20/01/2011

King

Il contrasto fra la superficie fredda dell’ottone e il suono caldo che esce dalla campana di un sassofono è roba che andrebbe messa fuori legge. Troppo pericolosa. L’odore di fiato robusto, ferro, saliva, ruggine. Di fumo anche senza fumare. [...].

(CONTINUA sul Blog di "Grazia")

19/01/2011

Gennaio

Odio gennaio, di solito.
Questo mese muto, fatto di rimasugli di festa e spumanti avanzati da qualche parte. Non mi piace l’aria che si respira, ovattata e stantìa. Come quando hai il naso tappato e in testa ti sciagatta un sasso che fa tump – tump – tutùmp [...].

(CONTINUA sul Blog di "Grazia")

18/01/2011

Susy

Se ne sta lì e mi guarda, scarabocchiando qualcosa con un pennarello color oro, quasi del tutto scivolata sotto il banco, ostile. Se ne sta lì e mi guarda di sotto in su, imprevedibile cagna selvatica che scruta per strada un passante da cui teme e desidera calci. Io allora m’arrabbio e urlo, ma tanto a lei che importa [...].

(CONTINUA sul Blog di "Grazia", dove scriverò per questa settimana)